“Gay pride” o “Pride”? Ancora sull’uso dei termini

Oggi su Rosalio c’è un articolo su questa iniziativa di Giovane Italia che, a Palermo, da alcuni anni a questa parte non trova di meglio da fare che contestare il Pride. Come forse alcuni già sanno, il Comune ha deciso di contribuire alla edizione prossima ventura con un contributo piccolo ma significativo (almeno dal punto di vista della scelta di contribuire) al prossimo Pride. I “maschioni” di Giovane Italia sono scandalizzatissimi da questa misura e contestano la concessione di questo contributo per una “sfilata gay che non trova il favore di tutta la cittadinanza”, in un periodo di crisi nella quale “i soldi andrebbero spesi per le famiglie in difficoltà”, eccetera eccetera eccetera.

Ora, c’è una prima, piccolissima, questione: nel 2013 Palermo ospiterà il Pride nazionale. Questo vuol dire che verranno, per l’occasione, migliaia se non decine di migliaia di persone da tutta Italia. Il contributo del comune, da questo punto di vista, è un (piccolissimo, tra l’altro) investimento che si rivelerà straordinariamente redditizio nel ritorno per le attività alberghiere, di ristorazione e quant’altro in città.

E poi c’è una questione seria. Che, ancora una volta, passa dall’uso delle parole. I maschioni giovinitaliani sono contrari al “Gay pride” e, in tutto questo, non sanno che avversano una cosa che non esiste più. Perché a Palermo, da 3 anni, si organizza il “Pride”. L’errore, ahimè, è comune e anche Rosalio nel titolo parla della contestazione al “Gay pride”. Mi si dirà: “son bazzecole linguistiche”.

No, per niente. E nemmeno si tratta semplicemente dell’allargamento della questione a tutta la comunità LGBT. E’ una questione interamente culturale. “Pride” significa orgoglio. Il “Pride” è l’orgoglio di essere quel che si è, non l’orgoglio di essere gay, lesbiche, bi, trans, o etero. “Pride” significa diritti nella consapevolezza che i diritti non possono guardare in faccia una sigla che ci piace affibbiare alle persone in base a quelli che, stupidamente, chiamiamo “gusti sessuali”.

C’è ancora diffusa questa idea che si “sia” omo- o eterosessuali, “straight” o “gay”, e via dicendo. Basta guardarsi attorno e dentro per rendersi conto di come questi nomi non facciano altro che provare a fissare quel che è variabile, a dare un colore a quel che è un gradiente. Se provassimo a disegnare una mappa delle “sessualità” non sarebbe una mappa politica con i suoi confini, ma una mappa con tante dimensioni quanti sono gli aspetti della sessualità e dell’amore.

Infiniti ovvero.

Potremmo, allora, provare a “piazzare” ognuno di noi, ma non in punti fissi, piuttosto in aree, in curve, su pendii, su onde che si muovono e trasformano. Insieme a noi.

Chiunque conosca se stesso può dire che ama una donna/un uomo, non di essere omo- o eterosessuale. O che ha quasi sempre amato donne o uomini, almeno nei momenti di coscienza. Ma non credo basti a dare un’etichetta. O forse, semplicemente non mi interessa averla.

C’è un bel termine, che prova a riassumere un po’ di queste complessità: la parola “queer” che, in fondo, significa proprio disinteressamento all’etichettamento sessuale. Malesoulmakeup è un bel blog dedicato alla cultura queer, o almeno ad alcune sue parti.

“Pride” è l’orgoglio di amare, l’orgoglio dei diritti, tutti e per tutti. Ed è una grande festa, di cultura innanzitutto, ma anche di gioco e scherzo, che scherzo e gioco son la base della vita.

E chi non lo capisce, da piccolo, non deve aver giocato né bene, né abbastanza.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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Una risposta a “Gay pride” o “Pride”? Ancora sull’uso dei termini

  1. I termini linguistici utilizzati sono, spesso, pari delle ideologie sorrette solamente dalla non abitudine alla lettura e conoscenza. Grazie per la citazione!

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