Sul servizio sanitario universale

Visto che a volte può sembrare che il sottoscritto sia un apologeta di tutto quello che Italiano non è, oggi mi dedico al piacere dell’essere italiani. Parlando della cosa che, probabilmente, più mi dà piacere di avere una carta di identità italiana: il sistema sanitario pubblico. Si, esattamente: il SISTEMA SANITARIO PUBBLICO italiano.

Io sono orgoglioso del fatto che, nonostante le osceni leggi sull’immigrazione che abbiamo – dalla Turco-Napolitano, passando per la Bossi-Fini, fino al “pacchetto sicurezza” di Maroni – , il testo unico sulla sanità preveda esplicitamente che anche gli stranieri irregolarmente presenti sul territorio nazionale abbiano diritto all’assistenza sanitaria (gratuita). Un principio talmente forte che è riuscito a travalicare il tentativo di Maroni di spacciare per “sicurezza” una stretta sull’immigrazione (ricordate le lotte di Emergency contro il reato di “immigrazione clandestina”?).

La accessibilità universale è la ragione principe per questo orgoglio, insomma. Accessibilità valida per gli stranieri come per gli Italiani. Nonostante in alcune regioni stia diventando sempre meno vero (ad esempio in Sicilia dove, in nome del risanamento, i ticket sono spesso divenuti più cari del costo delle prestazioni dai privati), in Italia chi ha bisogno di cure, le ottiene. E, se ne ha bisogno ma non può permettersi i ticket, le ottiene gratuitamente.

Ieri, chiacchierando con una amica portoghese, ho scoperto un po’ di aspetti di un normale sistema sanitario europeo: in certe città non ci sono abbastanza medici di famiglia per tutti e si può aspettare anni sballottati tra medici diversi; se non ci si trova con il proprio medico di famiglia, non si può cambiare, si può solo rinunciare (e basta); le liste di attesa negli ospedali pubblici per gli esami specialistici hanno durate immense. Così, chi può usa la sanità privata: i dipendenti delle banche, ad esempio, sono assicurati e, con loro, le loro famiglie. Oppure si può sottoscrivere una assicurazione privata e il medico di famiglia te lo paga lei. Con buona pace di chi non si può permettere l’assicurazione.

Queste sono storie che a noi Italiani sembrano venire da un altro mondo. Quello che dimentichiamo è che questa è la normalità (nei paesi ricchi e in quelli poveri) cui tendono le politiche degli “innovatori”. Quello che dimentichiamo è la straordinarietà del nostro servizio sanitario, la sua (sostanziale) unicità al mondo. E anche la sua economicità che nei sistemi privatizzati, poi, il costo sale immensamente per la necessità di affrontare più emergenze, più malattie cronicizzate, più costi sociali dovuti alla mancata cura ed educazione sanitaria.

Dimentichiamo troppo spesso che, nonostante tutte le distorsioni da affrontare e risolvere, il nostro servizio sanitario pubblico è un bene straordinario da difendere dalle destre e dai (presunti) tecnici.

L’innovazione già l’abbiamo, dobbiamo solo tenercela.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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