Verso la fine delle università italiane

Si, ho un evidente conflitto di interessi sul tema odierno. Il futuro dell’università italiana mi interessa, oltre che come cittadino, anche come “lavoratore”, da ricercatore “espatriato” un po’ per convinzione della necessità della mobilità, un po’ per  totale carenza di possibilità in tempi ragionevoli in Italia.

Detto questo, questa notizia di ieri è devastante. No, non è retorica, né la lamentela frustrata di chi non ha trovato il posticino al caldo vicino casa.

L’Italia è, da parecchi anni, tra i paesi europei con meno laureati (nonostante piaccia a tanti trastullarsi sul fatto che ci siano “troppi studenti e pochi lavoratori”). Dati OCSE, eh? E questo è un “problema” per tutto il paese: perché mancano competenze adeguate per l’innovazione in tutti i campi dell’economia, da quelli pubblici a quelli privati.

Il punto è che se hai un problema, lavori per risolverlo. Invece in Italia si è lavorato per aggravarlo, continuando a fare “riforme” (da quella Berlinguer a quella Gelmini) che non hanno scalfito le questioni critiche (come il tempo medio della laurea, l’accesso ai supporti per i meritevoli…) ma hanno, in compenso, tagliato, tagliato, tagliato. Il risultato? 50.000 immatricolati in meno in 10 anni.

E questa è solo una faccia della medaglia.

L’altra si chiama ricerca che è lo strumento per produrre l’innovazione (e quindi la ricchezza in un paese post-industriale come tutti quelli occidentali). La ricerca pubblica produce innovazione per tutti, per l’economia, per la società, per la cultura. Ogni euro investito in ricerca pubblica è un euro speso bene, anzi benissimo. E infatti l’Europa ha posto come obiettivo che ogni paese spenda almeno il 3% del suo PIL in ricerca e innovazione. L’Italia spende l’1%, situandosi nella parte bassa della classifica, neanche a dirlo. E questo è un altro “problema”.

La risposta? Aggravarlo, of course. Sempre in questi 10 anni, abbiamo ridotto del 22% il numero dei professori, questo significa meno ricerca e anche peggiore didattica perché invece dei professori la fanno ricercatori quando va bene, assunti precari (spesso pagati poco o niente) e, spesso, persone che non hanno alcun contratto per farlo (gli “assistenti”, schiera di cui ho fatto parte per 5 anni, senza ricevere un solo euro). Anche i finanziamenti diretti per i progetti di ricerca (i cosiddetti PRIN, progetti di ricerca di interesse nazionale) sono stati decurtati, quasi del 75%.

Siamo forse l’unico paese al mondo che copre con borsa solo il 50% dei dottorati di ricerca che sono uno strumento di formazione, ma durante il quale i dottorandi “producono”, conoscenza, pubblicazioni, brevetti e che, quindi, andrebbero pagati. E, nonostante il fatto che abbiamo una marea di dottorandi che pagano per lavorare, abbiamo pochi dottori di ricerca, ancora una volta, meno che quasi tutti in Europa. Perché tanti se ne vanno a fare il dottorato fuori e quasi nessun viene a farlo da noi (chi gli paga i viaggi, la casa, le carissime tasse di iscrizione?). La “fuga dei cervelli”, insomma, è un altro aspetto della questione, già a partire dai dottorati. La mancanza di cervelli in entrata è l’altro.

Forse adesso è un po’ più chiaro perché parlavo di notizia devastante.

Perché, se non cambiamo tendenza, subito, ad essere devastata sarà la possibilità per l’Italia di restare tra i paesi cosiddetti “sviluppati”.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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