Per il finanziamento pubblico ai partiti

Ho il piacere di ospitare nuovamente Helga Marsala, e ho il piacere di farlo su un tema che mi trova pienamente d’accordo al suo punto di vista. E che, insieme, ci renderà impopolari. Sono a favore del finanziamento pubblico ai partiti, siamo a favore del finanziamento pubblico ai partiti. La riforma, il paradigma concettuale da cui muove questo pezzo, è un processo che non può che distinguere e discernere: ciò che va bene, e va mantenuto, ciò che va male e va eliminato o trasformato (anche radicalmente). Se il finanziamento pubblico ai partiti va trasformato, migliorato e reso trasparente, la soluzione non è la sua abolizione (la metafora dei panni e l’acqua sporca non è mai stata così attuale). E’ anche vero che c’è stato un referendum a proposito e credo che lo spirito corretto sarebbe parlare di veri “rimborsi”. Su presentazione di fattura. Che sarebbe molto più rivoluzionario che, cancellando il finanziamento, mettere la politica in mano ai pochi che se la possono permettere comunque.

Buona lettura.

“Sono a favore del finanziamento pubblico ai partiti. Anche se adesso va di moda dire il contrario, io credo invece che vadano riscoperti il senso etico e l’utilità di questa partecipazione dal basso al sostentamento della politica. Il vento retorico del rinnovamento, su cui soffiano i profeti della moralizzazione, qualche volta nasconde delle insidie. E occorre riflettere bene, prima di lasciarsi sedurre dal grido populista del “taglio a tutti i costi”. Non si può ridurre tutto a un fatto di calcolatrice: le ragioni di fondo, quando al fondo c’è un principio etico, non vanno dimenticate. 
Ricordiamoci dunque che quel “mostro” chiamato politica, contro cui oggi si scaglia il popolo giustamente deluso, è stato costruito dai nostri padri con l’unica, grande preoccupazione di affidare il Paese a una struttura il più possibile democratica, resistente alle infiltrazioni oligarchiche e alle minacce dittatoriali. Non dimentichiamo da dove veniamo e qual è l’origine e la funzione di cose come la costituzione, il parlamento e gli stessi apparati politici.  
 Abolire dunque il finanziamento pubblico? Non è la soluzione. Peché: 1) la politica è un fatto collettivo, che riguarda tutti e che dovrebbe esistere a  garanzia dello stato democratico; sono dunque i cittadini stessi a doverla sostenere, per autotutelarsi da ogni minaccia antidemocratica;
2) la politica non può farla solo chi ha i soldi, non può essere esclusiva di chi è ricco, di chi fa l’imprenditore, di chi ha beni a sufficienza da investire; tutti devono essere in condizione di lavorare per la collettività, sulla base della qualità e dell’impegno, non dalla possibilità finanziaria;
3) fare fundraising cercando soldi tra i privati è legittimo, ma farlo in maniera sistematica e come unica possibilità significherebbe minare il senso di un impegno realmente libero. Quando un’azienda o una società finanziaria danno ingenti somme a un uomo politico, potrebbero farlo per ricevere qualcosa in cambio; se in campagna elettorale un politico ottiene il consenso monetario di un soggetto privato, pretendere trasparenza e disinteresse è difficile: la politica non può essere un fatto di compravendita di favori. In linea di principio (e i principi sono sempre un orizzonte di salvezza) andrebbe eletto il migliore, non colui che si impegna a favorire l’azienda o la banca che ha offerto di più.
Ora, è lampante che tutto questo funziona solo da un punto di vista teorico. E che poi, in realtà, i soldi del finanziamento pubblico sono stati spesi male, rubati, sottratti per interessi privati. Il problema esiste ed è grave. Ma a un problema non si può reagire uccidendo l’ideale, che esiste in quanto garanzia democratica. Occorre invece adottare un vero spirito riformista, introducendo regole e paletti utili ad arginare il fenomeno dello spreco e delle ruberie. Ovvero: diminuire ulteriormente il finanziamento stesso, controllando nel dettaglio e dall’esterno l’utilizzo delle risorse. 
L’idea di politica che dobbiamo coltivare è quella del servizio ai cittadini: la vera battaglia culturale da perseguire sta qui. Abolendo il finanziamento pubblico si va invece nella direzione opposta, declassando la politica a un fatto esclusivo e personale, possibilmente interessato: un tranello che potrebbe minare l’impalcatura democratica della politica stessa. Il foedus originario tra politica e società civile va invece ricostruito, accorciando quella pericolosa distanza/diffidenza che ormai separa drammaticamente l’una dall’altra.
E’ bene ricordarselo: dietro ogni spudorata rivoluzione si cela, a volte, il pericolo di ambigue restaurazioni. Lo spirito riformista è altra cosa e non prescinde mai dall’ideale e dalla considerazione della storia”.
Helga Marsala
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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, (Italian) politics, photography, electronic music, and food. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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