Il capitalista Barilla

Disclaimer: sarà un annetto che non compro pasta Barilla, perché tra le poche italiane che si trovano in Portogallo è indubbiamente la più scarsa (e altrettanto cara).

Messi i puntini sulle i, mi permetto anch’io di intervenire sulla questione che sta scuotendo la coscienza degli italiani (almeno quelli che frequentano i social networks). Per chi si fosse perso le precedenti puntate, Guido Barilla, in una intervista a La Zanzara (mi chiedo perché i personaggi pubblici si ostinino a farsi intervistare da un programma che mira a fargli dire cazzate e fa audience solo quando dicono cazzate), ha dichiarato:

Non faremo pubblicità con omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri.

In tanti, me compreso, pensano che si tratti di affermazioni indegne di un personaggio pubblico e in tanti, me escluso per le ragioni di cui sopra, si sono impegnati in un boicottaggio alla Barilla. Poi ci sono quelli de “la lobby gay”, “un imprenditore ha diritto a fare pubblicità come gli pare”, “basta con questi moralismi”.

Sbagliato, per due ragioni.

Primo. È vero che una impresa privata, la sua comunicazione, la fa per il “target” che crede, nessun problema. Però Barilla, nella sua comunicazione, non si limita a vendere un prodotto ad un target, prova a vendere un “modo di pensare”, uno “stile di vita”, raccontato come più “buono”, “equo”, “naturale”, “sano”: ovvero, chi si butta nell’agone della disputa morale è il capitalista Barilla che prova a spacciarsi per altro da uno che, semplicemente, vuole far soldi e crede che i soldi li possa fare vendendo pasta alle famiglie formate da un uomo e una donna. Se si butta nell’agone morale, il capitalista Barilla deve accettare di essere esposto al giudizio morale delle sue affermazioni.

Secondo. L’Italia non è un paese normale. È questo paese qui, nel quale un parlamentare della Repubblica espone un finocchio per dare del “finocchio” ad un altro parlamentare dichiaratamente omosessuale. La affermazione immorale non è “facciamo le pubblicità come pare a noi” (che è sacrosanto) ma “tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri”. Da cui si desume che se un macho prova ad attaccare discorso con una signorina, visto che il suo obiettivo è formare una famiglia normale (o scopare nella maniera “normale”), va bene; di converso, se un uomo prova ad attaccare discorso con un altro uomo dichiaratamente eterosessuale, si desume che stia “infastidendo gli altri”. Ovvero, possiamo tirare la corda quanto vogliamo, ma il capitalista Barilla, dirigente di una multinazionale che narra sé stessa come istituzione morale (e non come venditrice di pasta), sta implicitamente definendo cosa sia accettabile e cosa no, in un paese nel quale questa definizione porta a quotidiane violenze e oscenità come quella del parlamentare leghista di cui sopra (e nel quale la legge “antiomofobia” permette l’omofobia di rappresentanti di gruppi politici, religiosi o culturali).

Ma in fondo, il capitalista Barilla conosce solo il linguaggio dei soldi: crede che il suo “target” sia uno e uno solo e su quello punta (e il leghista Buonanno adesso dice che comprerà solo Barilla). Se domani valutasse che il target su cui puntare è un altro, non ho difficoltà a credere che cambierebbe mezzi e mantra di comunicazione. Insomma, è il boicottaggio lo strumento adeguato per rispondere al capitalista Barilla?

Si, perché è l’unico linguaggio che conosce.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, (Italian) politics, photography, electronic music, and food. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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