Open access e ricerca

E’ abbastanza comune, ormai, per chi partecipa a conferenze internazionali con presentazione di poster o articoli, ricevere mail da “colleghi” redattori di “riviste internazionali” entusiasti del lavoro presentato e che propongono di pubblicare l’articolo sulla loro prestigiosa rivista ad accesso libero.

Chi ha la curiosità di andare a scartabellare nei siti di queste riviste, scopre presto l’inganno: in queste prestigiose riviste ad accesso libero, si paga per essere pubblicati, un “modesto” contributo per i costi della rivista che si aggira, in genere, tra i 200 e i 500 dollari.

Non sono mai andato oltre questo step. Cosa che invece ha fatto John Bohannon, giornalista scientifico di Harvard, scoprendo che spesso, spessissimo, in queste riviste pagare è condizione necessaria e sufficiente. La qualità non è richiesta: è riuscito ad ottenere la accettazione di un articolo scadente e pieno di errori in oltre 100 riviste.

La cosa che fà più arrabbiare è il fatto che il tema dell’accesso libero ai prodotti della ricerca sia usato per un “mercato” delle pubblicazioni. Per chi non lo sapesse, la gran parte delle riviste scientificamente riconosciute a livello internazionale è nelle mani di un ristretto gruppo di editori: Sage, Taylor & Francis, Routledge, Elsevier tra i più noti. Questi editori sono gli unici in grado di pagare per iscrivere le loro riviste nell’ISI, Institute for Scientific Interchange: un sistema che mette in rete le citazioni reciproche tra articoli e riviste per calcolare i “fattori di impatto” delle riviste, ovvero il numero medio di citazioni per articolo. Il risultato è che la ricerca prodotta con i fondi pubblici nelle università, finisce per essere diffusa da editori privati che fanno pagare migliaia di euro per la sottoscrizione delle riviste. Che, quindi, sono disponibili solo nelle università (obbligate ad iscriversi o i ricercatori non potrebbero leggere gli articoli necessari alla loro ricerca).

Semplificando un tema molto complesso, con questo sistema la ricerca diventa sempre più un mondo chiuso in se stesso, attento più ai risultati di breve termine (il numero articoli e il numero di citazioni dell’articolo) che a quelli di lungo termine. E c’è anche il detto “publish or perish”: non importa che contributo puoi dare, il punto è pubblicare o, in un mondo accademico sempre più precarizzato, morire professionalmente.

Ora, l’open access è una risposta a questa commercializzazione della scienza. Ci sono eccellenti riviste in accesso libero, pubblicate direttamente dalle università: moltissime in portogallo, ad esempio, come quella pubblicata dal mio istituto, Analise Social. Si tratta di riviste di qualità identica a quelle commerciali e che, in più, rendono disponibile a chiunque e gratuitamente il lavoro della ricerca.

Chi fa open access per soldi e non per diffondere conoscenza, insomma, sta derubando tutti quanti e non solo lo sprovveduto che paga per pubblicare. Complmenti a John Bohannon per aver acceso i riflettori sul tema.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, (Italian) politics, photography, electronic music, and food. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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