Da D&G a Instagram

L’originalità individuale non è il principale requisito del successo sui SN, lo è comunque molto meno della riconoscibilità sociale. Come i dress-codedelle sub-culture metropolitane, come le pettinature delle bande giovanili, i filtri sono bandiere identitarie che ti vengono incontro dicendoti “ciao, sono uno come te”, che segnalano pubblicamente ai naviganti del gran mare delle immagini Web “qui c’è qualcosa che fa per te, che somiglia a te”, offrendo loro una traccia, un sentiero, un approdo, là dove rischierebbero di naufragare nella ingovernabile entropia degli stili.
[…] l’autorialità, l’originalità individuale, in questi nuovi luoghi dello scambio cede progressivamente terreno all’attrazione identitaria, al conformismo di gruppo.
[…] nel momento in cui omologhiamo le nostre superfici di contatto con l’esterno, le nostre interfacce sociali (reali o virtuali), chissà per quale strana illusione continuiamo a pensare che quel che ci mette in relazione con gli altri non è il filtro (o l’abito, o l’acconciatura) ma “quel che ci sta sotto”, cioè la nostra creatività individuale.
Bene, non è così. Sotto il filtro, (quasi) niente.

E’ estremamente incisivo MIchele Smargiassi in questo pezzo che muove dalla storia di un instagrammer si successo per riflettere sulle vie del successo in questo nuovo mondo dell’arte commerciale, di cui Instagram è uno dei più perfetti esempi.

Per carità, Brahmino è pure bravo, ha un linguaggio coerente e incisivo, una estetica elegante e “straightforward”.

Ma il messaggio, potente, di Smargiassi non riguarda il singolo fotografo. Ma il mezzo, e le sue regole interne che ne decidono vincitori e vinti. Smargiassi non lo dice, ma in fondo, il punto è che il conformismo ha un secondo nome, che si chiama capitalismo, ovvero un sistema nel quale la regola è data da un numero (i followers, i like) e non da una competenza che permetta un giudizio, falsificabile ma fondato.

Nel leggere queste righe, ho fatto un salto indietro nel tempo di una decina d’anni e ho ricordato questo pezzo di Marco Lodoli (e ho avuto la fortuna di ritrovarlo via Google…) che racconta di come il conformismo fosse già da tempo divenuto un valore, in una “sottocultura che è stata diffusa nelle infinite zone depresse del nostro paese, un crimine contro l’umanità più debole ideato e attuato negli ultimi vent’anni”.

In fondo, tra le mutande firmate esibite sulla Tuscolana e i filtri pre-impostati su Instagram, la differenza è più sottile di quanto non possa sembrare.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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