Giorni di follia collettiva?

Pensieri, sparsi, ed una conclusione (provocatoria).

Un ministro dell’Interno che si occupa di un fatto (orrendo) di cronaca locale è di per sé un nonsense, ma la maniera in cui Alfano ha agito è imperdonabile e le sue dimissioni sarebbero il minimo che ci si potrebbe aspettare (ma dopo la vicenda “kazaka” non mi aspetto molto, Renzi, se ci sei batti un colpo).

Quello che sta succedendo in queste ore sui media italiani non si può definire con altro termine che non il ribrezzo. Il modo in cui due fatti di cronaca (orrendi) siano utilizzati per creare attenzione, share e, quindi, incassi, ha dello sconvolgente. Il Giornale ha una homepage (in basso, 13.03 del 17 giugno) che supera ogni possibile immaginazione. Si titola sulla “figuraccia” di Alfano che ha parlato troppo presto ma, intanto, pochi centimetri più in basso, il link ad un articolo che titola “Il silenzio del mostro nascosto nella famiglia modello”. Si rinfaccia all’avversario politico lo stesso comportamento che si sta praticando (la condanna preventiva di un sospettato). Incommentabile.

Alessandro Gilioli è tra i pochi ad esser riuscito a mantenere la calma e far una analisi lucida, che vale la pena leggere, perché aiuta a fare un po’ di ecologia della mente.

Una conclusione (provocatoria). Non si creda che la aberrazione di questi giorni sia qualcosa di diverso da quel che succede ogni giorno: si tratta, semplicemente, di una versione particolarmente estrema ed esplicita (perché in relazione a due fatti di cronaca particolarmente estremi) di quel che succede ogni giorno, nell’uso a cazzo (tecnicamente parlando) che si fa nel dibattito pubblico dei fatti di cronaca. È un fatto quotidiano la amplificazione dei fatti criminosi, il racconto di città far-west che non esistono se non sui media, nella convenienza di certi politici, nel nostro accettare il messaggio di media e politici senza spirito critico. In un paese tra i meno violenti al mondo, in un paese tra i più sicuri al mondo, questo modo di riferire alla violenza è il risultato di una totale incapacità di valutarla in maniera minimamente razionale.

Con il risultato che un discorso generico sulla violenza ci impedisce di guardare al grande, vero problema della violenza in Italia, che è la violenza dei “maschi” sulle “femmine”. Che è un problema culturale, innanzitutto. La smettessimo di additare ai mostri (veri o presunti), potremmo, forse, renderci conto che il mostro è dentro una cultura maschilista e ossessionata dal corpo delle donne. E che per curare la violenza alla radice abbiamo bisogno di cultura e non di altra violenza, come quella verbale che i social network han reso visibile.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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