Rui Tavares su George Orwell

Qualche settimana fa, alla fiera del libro lisbonese, ho comprato “Pobre e mal agradecido” [Povero e ingrato, letteralmente], libro del 2006 di Rui Tavares. Un piccolo gioiello, raccolta di brevi saggi e divagazioni che, come dice Ricardo Araujo Pereira nell’introduzione, non si può commentare se non dicendo che “avrei voluto scriverlo io”.

Il primo saggio è dedicato a George Orwell, anzi, a Eric Arthur Blair, l’uomo che pubblicò i suoi libri sotto lo pseudonimo più conosciuto. La buona notizia è che, seppure il libro non mi risulta tradotto in Italiano, sul sito della casa editrice ne è disponibile un estratto, che comprende proprio il saggio su Orwell. Eccolo qui.

Il saggio è un invito a guardare oltre i luoghi comuni che circondano la figura di Orwell, troppo spesso citata e lodata per meri interessi di appropriazione. E, come giustamente ricorda Tavares, le appropriazioni non sono tanto un problema in sé, ma lo diventano quando portano alla semplificazione, se non alla distorsione del pensiero dell’appropriato (e soprattutto se si tratta di un autore che ha dedicato gran parte del suo sforzo a ragionare sulle relazioni tra linguaggio e pensiero).

Nel saggio scopriamo un autore molto più complesso di quel che conosciamo dalla Fattoria degli animali e 1984: un autore che “aveva qualcosa da dire, e lo diceva”. Vorrei riportare due dimensioni, a beneficio di chi non legga Portoghese o non ci si voglia cimentare.

Innanzitutto, molti rimarranno stupiti nello scoprire che Orwell, per sua stessa ammissione, fosse un socialista (ora è troppo facile dire che l’ho sempre pensato, seppur conoscendo appena i due testi considerati come la prova del suo odio per comunismo e socialismo). Un socialista democratico, completamente avverso al totalitarismo e quindi al cosidetto “socialismo reale” o alle ideologie comuniste che al totatlitarismo silenziosamente aspiravano.

Secondo, ho avuto il piacere enorme di scoprire il saggio Politics and the English language, che è del 1946, ma ha tantissimo da dirci oggi (forse di più). Si veda, ad esempio, questo passaggio:

Thus political language has to consist largely of euphemism, question-begging and sheer cloudy vagueness. Defenseless villages are bombarded from the air, the inhabitants driven out into the countryside, the cattle machine-gunned, the huts set on fire with incendiary bullets: this is called pacification. Millions of peasants are robbed of their farms and sent trudging along the roads with no more than they can carry: this is called transfer of population or rectification of frontiers. People are imprisoned for years without trial, or shot in the back of the neck or sent to die of scurvy in Arctic lumber camps: this is called elimination of unreliable elements.

Come sa chi ha già letto questo blog, sono particolarmente affezionato all’idea che dall’uso che si fa delle parole si possa capire in che direzione si vada “politicamente”. Ed il saggio di Orwell lo dimostra molto meglio di come io avrei mai potuto fare.

Mi toccherebbe, adesso, andare a rileggere me stesso, per scoprire quanto sono avvezzo agli stessi errori di cui Orwell parla. Temo che mi scoprirei molto peggiore di quanto creda.

Starò più attento, in futuro, prometto!

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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