Smettiamo di misurare il PIL

Un mesetto fa è rimbalzata sui media la notizia del nuovo metodo concordato a livello europeo per valutare il Prodotto Interno Lordo. La novità è che vengono armonizzate le modalità per computare le attività illegali e sommerse, criminalità, droga, prostituzione. La notizia è stata accolta positivamente perché si tradurrà in un incremento del valore assoluto del PIL italiano (intorno all’1/2%) e, quindi, in una riduzione del rapporto tra debito pubblico e PIL e del deficit (quello che conta per il 3% stabilito dai trattati europei).

Eppure, ad una rapida riflessione, la notizia ha un significato ben diverso che da quello che risulta dai giochi dei numeri. Innanzitutto, il fatto che una semplice operazione aritmetica prouca un cosidetto “vantaggio” dovrebbe far riflettere. Ovvero, le attività in questione non compariranno per il fatto che vengano computate (giaà esistono), nè il nuovo calcolo si rispecchierà in un aumento effettivo di entrate per lo stato (le attività illegali continuano a non pagare tasse). Però, grazie al fatto che il rapporto formale tra deficit e pil diminuirà, lo stato avrà una maggiore possibilità di spesa a pari deficit. Ora, questa semplice cosetta dimostra la fallacità di un sistema basato su conti fittizi.

Provo a spiegarmi. Il limite del 3% (e il futuro limite dello 0% stabilito dal pareggio di bilancio messo in Costituzione) è un valore stabilito con l’idea che, rimanendo al di sotto di questo, si dimostri la solidità dei conti pubblici e si “rassicurino” i mercati che, quindi, possono continuare a prestare allo stato certi del fatto di riavere indietro il loro prestito. Una operazione contabile capace di spostare il valore di quello che lo stato può spendere senza influire su quello che lo stato effettivamente possiede o incassa dimostra come questi limiti di spesa abbiano un valore esclusivamente formale: non é vero che se lo stato spende di più poi sarà destinato a non risarcire il debito (ovvero fallire). Questo dimostra come gran parte delle teorie sulle aspettative dei mercati, sulla necessità di un “rating” (valutazione) della capacità degli stati di ripagare i debiti non siano altro che discorsi nel vuoto. Il loro fine sembra essere più quello di limitare forzosamente la capacità di spesa dello stato che non garantirne la solvibilità: ovvero, si tratta di discorsi (di destra) il cui obiettivo è sempre e solo uno, ridurre l’intervento dello stato nello stato sociale.

C’è poi un secondo aspetto su cui riflettere. L’uso stesso del PIL come strumento di misura della ricchezza di uno stato è valido solo in un sistema nel quale il denaro è l’unica misura. In un sistema nel quale si dimostra di essere ricchi aumentando il PIL, ad esempio, anche la malattia è un “plusvalore”. L’esempio del tabacco non può essere più ficcante. Lo stato fa due cose, col tabacco, che hanno effetti opposti per le sue casse: lo stato vende le sigarette con un prelievo fiscale (aumentano le entrate), lo stato paga le cure delle persone che si ammalano a causa del tabacco (aumenta la spesa medica). Anche se è stato dimostrato come i costi medici per lo stato siano superiori alle entrate attraverso le tasse, lo stato continua a vendere il tabacco. Perché? Perché le spese mediche, seppure siano un costo per lo stato, fanno comunque aumentare il PIL (che misura tutta la attività economica). Una partita di giro nella quale lo stato perde, ma il PIL cresce.

Questo è replicabile per tutti quei settori economici che hanno esternalità negative per la salute o per la vita pubblica (ad esempio gli idrocarburi, le automobili, l’alcool, i prodotti cancerogeni e via dicendo). Ora, in molti sostengono che è l’ora di smettere di calcolare la ricchezza con il PIL perché, così, si smetterebbe di considerare un cancro come un “+” nella colonna del PIL. E, invece, decidiamo di integriare criminalità e droga nel calcolo del PIL, creando l’assurdo che un aumento di criminalità è positivo per le casse dello stato (almeno nel breve termine).

È decisamente l’ora di interrompere questo post, diventato troppo lungo. Si potrebbe continuare per ore a elencare le diseconomie (sociali innanzitutto) di un’economia che guarda solo al valore totale della ricchezza. La conclusione, però, è talmente semplice quanto complesse sono le sue ragioni e le sue implicazioni.

Mettere il denaro al centro, significa mettere le persone da parte. È l’ora di pensare ad una alternativa credibile al capitalismo, insomma, che permetta di rimettere le persone al centro. È un lavoro immane, perché, ad oggi, non abbiamo alternative credibili.

Ma un lavoro necessario per chi crede ancora nell’umanità.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, (Italian) politics, photography, electronic music, and food. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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