Imparare gli uni dagli altri, in Europa

Uno dei temi che più mi “appassiona” ultimamente è la dimensione retorica del dibattito politico e soprattutto, alla scala europea, la maniera in cui si costruisca un discorso egemonico (neoliberale) attraverso comparazioni e affermazioni basati su luoghi comuni.

La crisi del sud Europa, nell’uso dell’etichetta PIIGS per riferire ai paesi in crisi, è certamente la faccia più evidente di queste retoriche, di come si sia costruito un discorso sui paesi pigri e spendaccioni (in welfare) per nascondere le responsabilità mutue, ad esempio delle banche tedesche e inglesi che speculavano sulla bolla immobiliare in Spagna, Portogallo e Irlanda – qualcosa che Mark Blyth ha chiaramente decostruito.

Di ritorno da un congresso in Olanda, paese nel quale l’individualismo economico e il pensiero neoliberale sono particolarmente forti e centrali nella agenda politica, è utile condividere alcune riflessioni sulla dimensione della pianificazione territoriale, dimensioni che aiutano a chiare la dimensione retorica di certe comparazioni.

Gli studi comparativi di pianificazione sono stati fortemente ispirati, nell’ultimo ventennio, da un documento della Commissione Europea, primo compendio comparativo realizzato. Per farla breve, alla pianificazione olandese, definita comprensiva e integrata, è paragonato il sistema “immaturo” (termine poi ripreso in svariati studi) dei paesi del sud (specialmente Italia e Spagna). Ora, se al livello dei risultati spaziali ci sono dubbi sulla coerenza di questa valutazione (per fare un esempio, è comunemente riconosciuto che le città del sud abbiano livelli di segregazione molto inferiori), vale la pena spendere alcune parole sui processi.

Ad esempio sul tema della informalità, che, discorso ufficiale, esiste al sud (abusivismo) e non esiste al nord. O, meglio, dimostra il caso olandese, non esisterebbe. In Olanda non esiste un piano regolatore che precede il progetto: quando si vuole costruire, si negozia con la amministrazione. Addirittura, in tempi recenti, si son visti casi di urbanizzazioni nelle quali il comune, riconoscendo che c’è sempre qualcuno scontento delle decisioni, ha deciso di non decidere, ovvero lasciare piena libertà ai proprietari delle terre, senza porre alcun regolamento edilizio. Non è informalità instituzionalizzata, questa? E il risultato, basta fare un giro per le periferie delle città olandesi, è quello dell’abusivismo, con urbanizzazioni che non rispettano alcuna regola, case addossate le une alle altre senza alcuna coerenza o ordine. Ma case ricche, ça va sans dire.

Altro esempio, la mobilità. Tralasciamo l’enorme problema di congestione del traffico che tutte le città affrontano fuori dai centri e guardiamo al mito della mobilità ciclabile: sostenibile, economica, bella (sono un enorme fan della bicicletta). Eppure, se questa viene lasciata alla totale libertà, come succede in Olanda, se si approfitta dell’uso delle biciclette per non realizzare servizi di trasporto pubblico efficienti, come succede in Olanda, ecco i problemi. I centri urbani sono letteralmente asserviti alle biciclette e, quindi, non si vedono nè anziani, nè disabili, nè immigrati (eppure l’Olanda è uno dei paesi con più immigrati). Quelle popolazioni che per ragioni fisiche o culturali non usano la bicicletta incontrano problemi enormi nel muoversi in città, insomma.

Con questo voglio sostenere che le città del sud funzionino meglio? Non esattamente. Voglio sostenere che esistono problemi specifici ad ogni sistema e che non esistono modelli da imitare, in Europa.

Esisterebbe, invece, la possibilità di dialogare senza arie di superiorità o complessi di inferiorità per imparare gli uni dagli altri.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, (Italian) politics, photography, electronic music, and food. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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