La ricerca nella legge di stabilità: la svolta… a destra

Premessa: le riflessioni che seguono si basano sulle notizie preliminari che son uscite ieri, e il testo finale della legge di stabilità potrebbe non coincidere del tutto. Comunque, credo utile ragionare sin d’ora, perché è ragionando che si può provare (umilissimamente) a contribuire a cambiare.

Per quanto il mio mestiere (ricercatore) suggerisce un evidente conflitto di interessi, ho la presunzione di pensare che discutere di ricerca sia rilevante per tutta la società. E, d’altronde, fin in cima alle gerarchie europee c’è questa idea, se è vero che la Commissione Europea ha da poco concluso una conferenza intitolata “È la scienza il futuro dell’Europa“.

Ma, come spesso succede, una cosa sono gli annunci, un’altra i fatti. E, per restare in Europa, non si è visto un gran sforzo della Commissione per contrastare i tagli a ricerca e università che son diventati una costante in tutta Europa, o quasi.

Per tornare all’Italia, la legge di stabilità, pur non essendo specificatamente destinata a università e ricerca, è una ottima cartina tornasole degli orientamenti politici a proposito.

Non è peregrino ricordare che lo stato odierno dell’università italiana, insieme alle prospettive nel breve termine, è, a voler essere ottimisti, critico. Il combinato disposto di tagli e blocco del turnover, in un paese che è già tra quelli in Europa che meno investono nell’università pubblica, implicherà, nei prossimi anni, una riduzione di personale che, realisticamente, minerà le fondamenta del sistema.

Quando ho letto, quindi, che per una volta ricerca e sviluppo non stavano nella colonna delle entrate ma in quella delle spese, ho pensato di comprare un Lisbona-Roma per andare ad abbracciare il presidente Renzi. Poi, però, ho dato un’occhiata ai dati.

E ho scoperto che dei 300 milioni destinati a ricerca e sviluppo… nemmeno uno andrà alle università. Si tratta, infatti, di sgravi fiscali per le imprese che fanno ricerca. Una misura sicuramente utile, per carità. Ma nemmeno lontanamente paragonabile, per crucialità e necessità, al salvataggio del sistema universitario nazionale.

Tra l’altro, nella colonna delle entrate, la università potrebbe finirci presto, in quel pozzo che è la “revisione della spesa” per 15 miliardi. Si era parlato, nei giorni scorsi, di tagli lineari a tutti i ministeri (del 3%).

Insomma, l’università pubblica sembra destinata ad uscire dalla legge di stabilità a saldi invariati o con ulteriori tagli. Ovvero nella attesa del disastro o nella sua accelerazione. Mentre si finanzia la ricerca privata (e le scuole private, a che ci siamo).

Insomma, potrebbe anche cambiare, la legge. Spero che cambi, almeno. Ma, da questa bozza, non si esce certo con la convinzione che esista una volontà di rilanciare il ruolo della università pubblica e della ricerca pubblica come motori fondamentali dello sviluppo, culturale, sociale e anche economico del paese. Sembra esistere, invece, la volontà di spostare il baricentro della ricerca verso il settore privato, a danno del pubblico.

Per carità, volontà del tutto lecita.

Ma, a costo di essere ossessivo, di destra.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, (Italian) politics, photography, electronic music, and food. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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