Il futuro non inizia

Ho sempre pensato che fosse sbagliato affrontare le questioni del lavoro nell’università dal punto di vista sindacale.

Dottori di ricerca, ricercatori e professori, infatti, sono sempre state categorie, per parecchi versi, forti sul mercato del lavoro, perché qualificati, specializzati ma anche preparati ad una varietà di attività spendibili in diversi campi (ricerca, gestione di fondi, scrittura di progetti, insegnamento), normalmente in possesso di reti di conoscenze ampie e variegate (quello che molti chiamano capitale sociale). Insomma, in un mercato di lavoro sano, anche in assenza di prospettive accademiche, dotati delle competenze e risorse per reinventarsi con successo.

In un mercato di lavoro sano.

In Italia, è sempre stato un po’ diverso, e il mercato privato ha sempre snobbato le competenze di ricerca: abbiamo tra i più scarsi investimenti privati in innovazione e ricerca e detti come “chi sa, fa, chi non sa, insegna” sono significativi di un modo di pensare che snobba le professioni intellettuali e di docenza.

Oggi, il combinato disposto della crisi economica e dei tagli alle università stanno trasformando, in Italia, questa categoria di professionisti, e specificatamente quelli con contratti non stabili all’inizio della carriera, in classi particolarmente a rischio.

Infatti, il blocco del turnover sta rendendo praticamente impossibile entrare in pianta stabile nell’accademia, se non per pochissimi. Le possibilità di passare al settore privato sono in crollo. E, specificità italiana, gli stipendi bassi, bassissimi, tra i più bassi d’Europa, non garantiscono la possibilità di crearsi un cuscinetto tra contratto e contratto.

Non è un caso se la CGIL inizia a farsi sentire sul tema. La sindacalizzazione delle professioni scientifiche non è un bel segnale per tutto un paese. In queste condizioni, il brain drain, il saldo netto negativo di flussi migratori di lavoratori qualificati è una realtà da tempo e non potrà che aggravarsi.

In gioco, oltre al futuro di questi lavoratori, c’è il futuro del paese. Un paese come l’Italia che senza ricerca e innovazione non ha alcuna speranza di ritornare a crescere (economicamente, ma soprattutto socialmente e culturalmente).

Fa impressione il fatto che un governo per il quale “il futuro è solo l’inizio”, non si stia minimamente occupando dell’unico inizio possibile per il futuro, la università e la ricerca (pubbliche).

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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