L’Europa che potrebbe, ma non sembra volere, cambiare

Alessandro Gilioli l’ha chiamata “l’Europa stupida“.

Un paio di giorni fa, il presidente della Commissione Europea Junker ha preannunciato che se l’Italia e la Francia non faranno le riforme “necessarie” ci saranno “conseguenze spiacevoli”. Qualche giorno prima, Angela Merkel aveva “bocciato” le riforme italiane e francesi, giudicandole insufficienti.

Ora, sarebbe troppo semplice (e anche abbastanza inutile) notare che dovrebbe tacere chi ha lavorato per un decennio a creare le condizioni perché la crisi si scatenasse, favorendo, attraverso il fiscal dumping, quei disequilibri alla base della crisi attuale dei paesi del sud Europa. Così come sarebbe inutile ricordare che un presidente del consiglio tedesco non ha diritto alcuno di giudicare le politiche economiche italiane e francesi (tocca solo agli organi competenti in Europa).

Perché, in ballo, c’è molto di più. E quello che è in ballo passa dalle recenti decisioni di due agenzie di rating di abbassare la valutazione sulla capacità di Italia e Francia di ripagare il loro debito. Non può essere casuale la contemporanea aggressione, politica da un lato, e finanziaria dall’altro, ai debiti pubblici dei due grandi paesi che, in questo momento, potrebbero guidare il cambiamento europeo.

Sia il governo francese che quello italiano, infatti, hanno avuto comportamenti estremamente ambigui riguardo alla politica economica e a quella europea. In Francia, si sono visti significativi scontri interni, tra sostenitori dell’austerità e suoi avversari. In Italia, Renzi non lascia passare giorno senza pronunciare affermazioni paradossali, secondo la formula “prima la crescità, ma nel rispetto dei parametri” (che, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, non sono coniugabili, stando le cose come stanno).

Esiste, però, sia in Italia che in Francia, una potenziale tentazione a spingere per cambiare le politiche europee. E, ove questo succedesse, il bilancio delle forze cadrebbe dal lato dello sviluppo e contro l’austerità (perché a Italia e Francia si accoderebbero immediatamente Portogallo, Spagna, Grecia, probabilmente l’Irlanda e magari anche qualche paese dell’est, e anche il Regno Unito potrebbe vedere cambiamenti improvvisi). La possibile, prossima, venuta al potere in Grecia e forse anche in Spagna di sinistre euro-critiche, che vogliono cambiare l’Europa e non abbandonarla, sarebbe il complemento successivo. Si creerebbe, finalmente, un dibattito politico, superando la retorica secondo la quale la austerità è una decisione tecnica e non una scelta precisamente politica, la scelta di favorire certi interessi (quelli del grande capitale) su certi altri. Sarebbe finalmente possibile discutere come certe riforme, come il Jobs Act, non sono “necessarie”, ma sono precisi orientamenti politici, volti a favorire il capitale sul lavoro.

E, quindi, il rischio è forte sia per i partiti politici di destra (guidati da Junker e Merkel), sia per quei poteri economici che le agenzie di rating hanno sempre rappresentato (perché se valuti spazzatura il debito italiano, ma valutavi solide le banche di investimento nel 2007, non stai valutando, stai facendo lobbying).

Ecco che, oggi, fare politica di sinistra, in Italia e in Francia, significa innanzitutto RIFIUTARSI di fare quelle riforme che vengono spacciate come necessarie ma sono delle precise scelte politiche (come il Jobs Act in Italia) e lavorare per cambiare l’Europa, e farne un luogo nel quale è il lavoro a prevalere e non il capitale.

Almeno dal governo italiano, purtroppo, non mi aspetto molto, da questo punto di vista. Spero di sbagliarmi.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, (Italian) politics, photography, electronic music, and food. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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