Parliamo di continuità territoriale?

Stamattina, sabato 21 dicembre, mi aspettavo di trovare al mio atterraggio all’aeroporto di Palermo, la stessa confusione che a Lisbona e Fiumicino, l’inevitabile caos di un fine settimana sotto natale. Nel trasferimento verso il terminal, invece, ho potuto vedere appena un paio di aeromobili nello spiazzo, un Ryanair e quello che sembrava un charter (io viaggiavo Alitalia).

Dentro l’aeroporto, la stessa desolazione. Trovato un pannello di informazioni, la conferma che non fosse una concidenza. 16 voli in arrivo tra le 11 e le 17: probabilmente negli anni ’80, quando l’aeroporto di Palermo era uno stanzone di 1000 metri quadrati, sarebbero stati molti di più.

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D’altronde, avevo acquistato il biglietto aereo per passare le vacanze di natale a Palermo circa tre mesi fa. Ero stato colpito dalla semplicità di trovare biglietti da Lisbona all’Italia (Roma, Milano, Pisa) e altre città europee che possono far da scalo (Barcellona, Madrid) a prezzi bassissimi. I voli interni all’Italia e quelli dall’estero verso Palermo e Trapani erano tutti carissimi, sempre il doppio o triplo di quelli da Lisbona allo scalo.

Le due cose, ovviamente, sono collegate. Alitalia ha abbandonato l’aeroporto di Palermo, lasciandovi solo una manciata di voli. Le “low cost”, senza competizione di un vettore di bandiera, possono aumentare i costi già molti mesi prima.

Parliamo di continuità territoriale?

Palermo è la quinta città d’Italia, capoluogo di una regione da 5 milioni di abitanti, il suo aeroporto e quello di Trapani servono un’area che ne ospita oltre 2 e dalle capacità turistiche uniche al mondo.

La assenza di una compagnia di bandiera, però, condanna l’occidente siciliano ad un isolamento che ha ripercussioni su tutta l’economia: se costa il doppio che andare altrove, il turista sceglierà più difficilmente di volare a Palermo, se spende il doppio del previsto, il turista spenderà di meno nel territorio, per limitarsi all’economia turistica.

E il progressivo disimpegno nazionale sulla Sicilia occidentale (si aggiunge alla questione degli aeroporti quella del trasporto su ferro) è bilanciato da un totale silenzio del governo regionale, quello che dovrebbe occuparsi di coordinare le politiche economiche e turistiche, nonché di garantire la mobilità per i suoi cittadini. Perché la mobilità è un diritto, sempre più importante in un’epoca di rinnovata emigrazione.

La continuità territoriale, in Italia, non esiste ovunque. E, senza continuità territoriale, la Sicilia occidentale sta affondando.

Ne parliamo?

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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5 risposte a Parliamo di continuità territoriale?

  1. arabafelicissima ha detto:

    Conosco poco la Sicilia ma ne sono innamorata e mi sono ripromessa di tornarci… È un peccato che un territorio così bello, così ricco di tradizioni, cultura, storia, arte e sapori sia quasi ignorato dal governo, dai cittadini italiani e dai media.

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