Tenzazioni post-democratiche

Erano le quattro del mattino di sabato scorso, quando il presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi, twittava la conclusione di una maratona parlamentare che aveva portato alla approvazione degli emendamenti sulla riforma costituzionale che trasforma il Senato in camera delle Regioni.

Possiamo tranquillamente sorvolare sulla mancanza di stile di un tweet simile a quello di un ragazzino delle medie che ha vinto una sfida tra ragazzini delle medie. E possiamo sorvolare perché quel che conta, in questo momento, è la sostanza. Una sostanza francamente inquietante.

Approvare una riforma costituzionale alle 3 e mezza del mattino, in un’aula abbandonata dalle opposizioni, con quel “colpo di maggioranza” che fino a breve tempo fa si diceva non voler più utilizzare è inquietante di per sè. E lo è ancor di più quando il colpo di maggioranza viene non da una maggioranza eletta in quella composizionecon quel programma. Ma da una maggioranza di strette intese, ovvero da una maggioranza allo stesso tempo risicata e formata da partiti ed eletti che, alle ultime elezioni, erano avversari. Del tutto lecito, per carità, in una repubblica parlamentare.

Ma inquietante per la sostanza delle riforme in questione. Sono stati scritti fiumi di inchiostro sul fatto che la abolizione del Senato elettivo, insieme alla modifica della legge elettorale, crei un semi-presidenzialismo in cui il partito vincitore (e quindi il Governo) assume una quantità enorme di poteri: maggioranza assoluta al partito e non alla coalizione; non esiste il bilancio della seconda camera per le questioni più importanti; la prima camera è selezionata per due terzi dalla direzione dei partiti.

Nel nome della “governabilità” si riduce al lumicino il principio fondante di ogni sistema democratico, ovvero l’esistenza di “check and balances”, alla inglese, di pesi e contropesi.

Il Manifesto, tra i pochi giornali attenti di questi tempi, ha raccontato come tale concentrazione di poteri sia particolarmente inquietante a riguardo della possibilità di dichiarare lo stato di guerra. Avendo il governo rifiutato di porre la dichiarazione dello stato di guerra a maggioranza qualificata (i due terzi della Camera dei Deputati), il partito vincitore potrà da solo dichiarare lo stato di guerra. E, stante la situazione attuale della partecipazione politica, significa che un partito con il 20% dei voti (il 41% del 50% di votanti, o addirittura meno se si andasse al ballottaggio) potrebbe, da solo, dichiarare guerra.

Uno sputo in faccia a “l’Italia ripudia la guerra”. Uno sputo ancor più inquietante visti i venti che soffiano nel panorama geopolitico – sarà un caso se Gentiloni è divenuto improvvisamente il George Dabliu de noartri?

Chiudono il quadro le recenti dichiarazioni di Davide Faraone, sottosegretario alla Pubblica Istruzione, sulla intenzione di riformare la scuola a colpi di decreto. Ancora una volta, questo governo dimostra di avere in astio il sano funzionamento democratico e di preferire agire indipendentemente senza doversi confrontare con le camere.

Sinceramente, e soprattutto in un momento delicato per l’Europa e il mondo su mille livelli (Grecia, Ucraina, ISIS per citare solo tre questioni), è inquietante che un paese strategico come l’Italia sia guidato da tali tentazioni post-democratiche.

Ancor più quando al potere ci sono soggetti come Gentiloni e Faraone.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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