La lettera, il compromesso, la speranza

La “lettera” è arrivata ed è stata accettata!

Mi riferisco alla lettera del governo greco con gli impegni promessi all’Eurogruppo (il consiglio dei ministri europei di Economia e Finanze) al momento di accettare la estensione di 4 mesi della linea di credito europea allo stato.

E’ il frutto di un compromesso, non serve nemmeno dirlo, e di un compromesso nel quale un attore debole, la Grecia, ha negoziato, quasi solo, contro tutta l’Europa rigorista. Incredibilmente, i governi dei paesi che sarebbero più interessati alla fine dell’austerità (Portogallo e Spagna) hanno a loro volta contrastato la Grecia, dimostrando di aver nessun interesse per i propri paesi, ma solo per le proprie carriere politiche. Italia e Francia son stati gli unici paesi a mediare, seppur senza prendere parte – probabilmente intervenendo prima e in maniera più decisa si sarebbe potuto ottenere ben altro, ma non sembra possibile aspettarsi molto di più da questi governi di “centrosinistra”.

L’enorme divario di forze è ben evidente nella, almeno temporaneamente, archiviata speranza di un taglio o rinegoziazione del debito (che, continuo a credere, è l’unica speranza che resta all’Europa, nel medio termine). Ed è per questo che i “puristi” di sinistra, quelli che Alvaro Cunhal chiamava “radicali piccolo borghesi“, stanno già gridando al tradimento.

Eppure, quel che Davide è riuscito a strappare a Golia è parecchio e dice parecchio. C’è una serie di cose che solo dal governo Tsipras potevamo aspettarci e una serie di cose che dimostrano l’enorme ipocrisia del momento attuale.

Da un lato Tsipras aveva mandato popolare per ottenere le misure per combattere la crisi umanitaria. Di più, tutte le riforme, previste in svariati settori (privatizzazioni, tasse, mercato del lavoro, settore pubblico, tra le altre), saranno sempre realizzate con la priorità di garantire dignità dei lavoratori e interesse pubblico, prima di quello privato. Qualcosa che era del tutto assente nella logica dell’austerità, nella quale l’unico obiettivo era massimizzare il trasferimento di risorse dallo Stato al privato e alla finanza. Ad esempio, sebbene le privatizzazioni non siano del tutto bloccate (e quelle già lanciate non saranno annullate), ogni privatizzazione sarà analizzata autonomamente e non si metteranno in causa i servizi essenziali. Prima, un unico fondo di privatizzazione aveva come unico obiettivo quello di massimizzare le entrate per ridurre il debito, ovvero acccelerare la svendita e favorire, alla fine, chi acquista.

Un altro buon esempio, spiegato da Business Insider, è l’introduzione di un salario minimo garantito, al momento con l’obiettivo di ridurre la pressione verso il pensionamento dei 50-60enni (una misura di sinistra che dovrebbe produrre effetti positivi sulle casse pubbliche, alla faccia dei teoristi della austerità).

Ma, dall’altro lato, c’è qualcosa di meno ovvio. La stragrande maggioranza delle misure previste non sono, in fondo (e per una volta lo dico anch’io), nè di destra nè di sinistra. Si tratta degli sforzi per eliminare la corruzione, della razionalizzazione di settori cruciali come la giustizia, il fisco, le norme per l’impresa, anche certe liberalizzazioni (quelle, a rigore, addirittura tipiche di una destra liberale). Ora, questo svela molti livelli di ipocrisia.

Il primo è quello dei media di tutta Europa che, da anni ormai, strillano al pericolo estremista che viene dalla Grecia (ma anche dalla Spagna di Podemos, ormai). In realtà, però, il fatto che gli “estremisti” chiedano queste cose che, se non sono di destra, certamente non sono tipiche di alcuna sinistra estrema, dimostra come non esista nessuna sinistra estrema in Europa, oggi (a parte qualche centinaia di brigatisti solitario e nostalgici di Baffone Stalin). L’unica sinistra che esiste sono proprio i partiti come Syriza e Podemos: una sinistra “radicale” (come ben spiegava un linguista l’altro giorno sul quotidiano portoghese Publico), ovvero che va alla “radice” dei problemi, invece di limitarsi ad affrontarne qualche effetto. Il resto è l’accozzaglia neoliberista che ha seguito le orme dei New Labour di Blair.

Il secondo livello di ipocrisia è il fatto che, negli ultimi 7 anni, e soprattutto dal “salvataggio” da parte della “Troika” nel 2010, nessuno ha pensato a imporre (Troika) o implementare (governo) misure che, intanto, avrebbero aiutato il recupero economico a costo zero. Nella retorica sulla necessità di ridurre lo Stato (Sociale), non si è minimamente pensato a quelle misure che, senza spostare di una virgola i benedetti equilibri di bilancio, avrebbero contribuito agli stessi obiettivi che la austerità diceva di avere. Il punto è che la Troika, e i suoi leader rigoristi, così come i vecchi governi “socialisti” e “liberali” greci, non avevano alcun interesse a mettere i conti in ordine.

Non sono certo il primo a dire, insomma, che l’obiettivo dell’austerità, e del blocco neoliberista in genere, non è affatto “tenere i conti in ordine”, ma realizzare quelle riforme che servono a rendere certe regioni e certi gruppi sociali strutturalmente dipendenti dagli altri, che ne risultano, così, favoriti. Quel sistema che Gramsci chiamava sviluppo ineguale e combinato (incredibile come cambino poco le cose, con i decenni!).

Intanto, dalla Grecia, arriva questo piccolo segnale, un segnale che si può cambiare, che si possono fare politiche di sinistra e, allo stesso tempo, politiche ragionevoli. E anche una prova del fatto che è dall’Europa che bisogna (ri)partire, cambiando l’Europa, da sinistra. Insegnano bene, infatti, le esperienze del Sud America o dell’Africa negli anni ’80, ’90 e ’00, come le crisi e la austerità (in quei casi promossa dal Fondo Monetario Internazionale) possano essere ancor più devastanti per paesi che si trovino da soli nel mare della competizione globale.

E’ tempo di rimboccarsi le maniche, insomma, tempo di costruire alleanze europee di sinistra (sinistra, quella vera), tempo di creare compromessi, si, ma al rialzo, come in questo caso (ovvero l’esatto contrario dei compromessi al ribasso dei centro-sinistra degli ultimi 20 anni).

E’ tempo di speranza.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, (Italian) politics, photography, electronic music, and food. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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