Le menzogne su scuola e università

Nel post precedente, ho commentato alcuni aspetti, relativi al processo più che alla sostanza, della cosidetta Buona Scuola, la ennesima riforma del sistema scolastico nazionale, questa volta a firma Renzi.

Vale la pena continuare a parlare del tema e collegarlo a quello dell’università che sembra essere il prossimo obiettivo della furia riformatrice del governo. Ma, ancora una volta, vorrei parlare, più che della sostanza delle riforme, del processo, nella consapevolezza che questo dica quasi tutto della sostanza.

Renzi lo ha detto chiaramente: “sono vent’anni che diciamo che le nostre università fanno schifo”, spiegando subito dopo che il problema sono i baroni che mettono dentro i figli dei figli dei figli. Un discorso molto simile a quello della scuola dove, invece, il problema sarebbero il conservatorismo degli insegnanti, sostenuto dai sindacati. La risposta al “problema”?

È presto detto, la “meritocrazia”. Iniziamo a premiare la “qualità” e il “merito” e le nostre scuole e università diverranno presto perfette. Ora, questo discorso, che sentiamo fare da almeno una quindicina d’anni dalle destre di stampo neoliberista (compreso Renzi, infatti) è per ora particolarmente ricco di sostenitori.

Due esempi, uno relativo alla scuola e all’università, sono un articolo sul Sole 24 Ore di Luca Ricolfi e il libro La ricreazione è finita, appena uscito a firma Abravanel e D’Agnese (e rilanciato entusiasticamente sul Corriere della Sera). Le tesi? Da una parte che la scuola sia divenuta troppo “indulgente” e “inclusiva”, producendo studenti sempre più somari, dall’altra che la laurea è un vantaggio solo se si va nella università giusta (quella più meritevole, ça va sans dire). Tutta trippa per i gatti che provano a convincerci che, sostituendo apertura con il merito (ovvero con la valutazione, possibilmente quantitativa, dell’efficienza) si migliorerà il sistema.

C’è un piccolo problema in questo discorso. Che, come tutti i buoni discorsi ideologici neoliberisti, non è basato su fatti, ma costruisce i fatti per giustificare le proprie posizioni. Vediamolo con sue esempi.

Primo, Ricolfi dice che “l’Europa da anni ci segnala che abbiamo troppi insegnanti”. Sarebbe da capire quando lo ha detto (non ricordo, sinceramente). Eppure, dati alla mano l’Italia ha:

  • un numero relativamente alto di insegnanti nella scuola primaria (dati Eurostat). Solo che, spiega l’Unesco, questo ha a che fare con “l’obiettivo, da parte delle scuole statali, ma anche comunali e private, di fornire il miglior servizio possibile, ad esempio introducendo periodi più lungi di insegnamento con due o più insegnanti, estendere le ore di apertura, migliorare le attrezzature scolastice, fornire servizi complementari, eccetera”.
  • un numero di insegnanti nella scuola secondaria in linea con la media europea (dati Eurostat).

Se aggiungiamo al quadro che gli insegnanti italiani sono tra i peggio pagati d’Europa (dati OECD), ci rendiamo conto che, al massimo, il problema sarebbe quello di ridistribuire gli investimenti, non tagliarli riducendo il numero di insegnanti, come suggerisce Ricolfi (e magari di tenerci le elementari per come sono, con la loro capacità di fornire “il miglior servizio possibile”). E, d’altronde, la spesa totale in educazione è ben al di sotto della media europea (4,3% contro 5,2% del PIL, dati Eurostat).

Secondo, nella marea di imprecisioni del libro di Abravanel e D’Agnese, demolite dagli ottimi autori di ROARS, il fatto che, a causa della apertura delle università che ha seguito il ’68, le università italiane si sarebbero riempite di studenti e, soprattutto, fuoricorso fannulloni. Ancora una volta, nulla di vero. Dopo il ’68, cresce più velocemente il numero di laureati rispetto al numero di iscritti (quindi diminuiscono, in proporzione, i “fannulloni”). E, in tutto questo, si finge sempre di dimenticare che l’Italia ha un numero di laureati bassissimo e che aumentarlo dovrebbe essere l’obiettivo fondamentale.

Infine, non mi stancherò mai di ripetere che l’università italiana è, in proporzione alle bassissime risorse investite, una delle più efficienti del mondo. Del mondo, proprio. Con il “paradosso del sistema scientifico italiano”, l’Italian paradox riconosciuto ormai globalmente: “mentre le risorse in ricerca e sviluppo sono significativamente minori di quelle delle altre grandi economie, i risultati, in termini di pubblicazioni, non solo ne fanno uno dei sistemi più prolifici al mondo, ma anche uno fortemente riconosciuto in svariati settori”.

Ora, è in questo clima che le riforme vengono pensate, discusse, presentate, difese. In un clima nel quale si raccontano menzogne (sulla scuola e università italiana come “uno schifo”) per giustificare, attraverso la leva retorica del “merito”, continui tagli e spostamento delle risorse verso il settore privato (la Buona Scuola giá aumenta gli sgravi per le private, oltre a introdurre i finanziamenti privati nella scuola pubblica).

Invece, la realtà delle cose è che abbiamo un sistema educativo e di ricerca tra i migliori al mondo, che resiste nonostante sia stato ridotto all’osso e che avrebbe bisogno solamente di più finanziamenti, per rimetterlo in grado di competere a livello globale.

Parole che, da questo governo, non sentiremo.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, (Italian) politics, photography, electronic music, and food. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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