Dell’ossessione “intellettuale” per la “distruzione” dello ZEN

Ormai è una specie di jingle, una musichetta ossessiva che, di tanto in tanto ritorna. I palermitani, ad esempio, conoscono benissimo la cassetta dell'”arrotino” che regolarmente si sente sotto casa. Tutti conoscono la musichetta del gelataio ambulante. La ripetizione, nei jingle, serve a riattivare immediatamente la memoria di qualcosa di utile o desiderabile. E farci scendere di casa.

Ora, qualcuno, prima o poi, dovrà studiare il jingle, tanto di moda tra tanti “intellettuali” (spesso gente “di sinistra” con le tasche gonfie, sia detto), che riattiva la “necessità di distruggere lo ZEN” – per chi non lo conoscesse, un quartiere di case popolari a Palermo, tra i simboli dell’urbanistica modernista e del “degrado” urbano (almeno nel racconto comune dei media e dei giornali). Lo ZEN a Palermo, le Vele a Napoli e così dicendo.

Tutti vogliono “distruggere” lo ZEN, in un jingle che riattiva la memoria della “irredimibilità” di certi luoghi urbani, del “fallimento” di certe idee urbanistiche e della necessità di “ripartire da zero”. L’ultimo in ordine di tempo è Massimiliano Fuksas, “archistar” “di sinistra” e “intellettuale”. Recentemente, altri si erano dilettati in tale jingle, alcuni hanno addirittura proposto progetti alternativi in stile “New Urbanism” – un movimento architettonico guidato nientepopodimenoche dal Principe Carlo di Inghilterra, che immagina una città tutta fatta di quartieri retrò.

In comune, tutti queste visioni di distruzione, hanno una semplice cosa. La totale ignoranza di quel di cui parlano. Credono nello ZEN (e nelle Vele e nel Corviale) come luoghi dell’abominio, del crimine, della violenza: e basta. Ignorano la complessità sociale dello ZEN che, ad esempio, è uno dei luoghi caratterizzati dalla maggiore vitalità sociale e attivista di tutta Palermo.

Nessuno nega i problemi dello ZEN (o del Corviale o delle Vele). Chiunque ne abbia un minimo di conoscenza non da “turista”, però, sa benissimo come la soluzione ai “problemi” non possa essere la loro deportazione, ma debba essere un lavoro che faccia perno su quel che c’è già, “dentro” lo ZEN.

Come mi hanno insegnato le persone che ho conosciuto e che “dentro” lo ZEN fanno cose meravigliose. Ed è a loro che, quando scrissi la mia tesi di dottorato, dedicai alcune righe poco scientifiche e molto “politiche”. Che stan qui in basso, per ringraziare quelle persone.

E cantare il mio jingle che stona parecchio con l’ignoranza di chi vuole distruggere lo ZEN.

Poche “periferie” sono state “centro” quanto lo Zen. Centro degli obiettivi di espansione della città, centro della sperimentazione architettonica più azzardata, centro di attrazione per i poteri malavitosi, centro di attenzione dei mass media. Centro dell’investimento immobiliare negli anni ’80, dell’attenzione politica negli anni ’90, delle mire di poteri economici globalizzanti da dieci anni a questa parte. Centro di un’“area contenitore” (Triolo, 2008) nella quale, di volta in volta, gli investitori o la politica hanno depositato le forme che ritenevano appropriate. Un quartiere che preesisteva a tutte queste forme ma che è diventato – o è stato fatto diventare? – una presenza scomoda, al loro centro.
In occasione di un seminario nel dicembre 2010 ho visitato la scuola Falcone, avamposto di civiltà dove la lotta per dare un futuro a tanti ragazzi si scontra con i capricci della politica, da una parte, e con le continue vandalizzazioni, dall’altra. Arrivare alla scuola è  uscire da una strada che è più un’autostrada, scegliendo uno dei pochi accessi al quartiere, e percorrere le strade dello Zen 1 provando ad orientarsi in una urbanistica disorientante. Attraversare un quartiere, fatto di negozi e gente per strada e mercati all’aperto. Trovato, infine, l’unico punto in cui i due quartieri si toccano, passare allo Zen 2, un’urbanistica regolare fino all’estremo, un quartiere che non riesce proprio ad usare quegli spazi che qualcuno ha inventato, decidendo fossero adatti alla sua vita. Qui e là, un negozio in un volume che, abusivamente, ha riempito un pezzo dei piani terra che l’architetto voleva non esistessero. Salire al secondo piano della scuola, al margine orientale dello Zen 2, significa godere di una vista impareggiabile che spazia dal Monte Gallo fino ad abbracciare tutta la Conca d’Oro palermitana, dal giallo della macchia mediterranea di Pizzo Sella devastato dall’orrenda lottizzazione al blu del mare di Mondello, dal verde di monte Pellegrino al grigio del cemento della città, fino al marrone dei monti ad ovest. Da quel punto di vista si può capire perfettamente, cosa oggi impossibile da terra, perché i nobili palermitani fecero della Piana dei Colli il “centro” della loro vita estiva quando la punteggiarono delle loro ville.
E si può sentire, guardando in tutte le direzioni, che lo Zen è “centro” urbano – cioè fatto di strade e case che vi affacciano e gente che cammina e si saluta – di un’area immensa che è diventata un puzzle di frammenti recintati e autostrade solcate da macchine coi finestrini chiusi e l’aria condizionata nell’estate e nell’inverno palermitani. Non stupisce più, allora, quella strada enorme e vuota che vediamo circondare il quartiere e dalla quale ci sentiamo circondati a nostra volta [quella strada costruita alla fine degli anni ’80, senza praticamente funzione carrabile e utile a “chiudere” lo Zen; nota 22.09.2015]: è come se si fosse voluto segnare il passo tra quello che è città e quello che non lo è, come se si fosse voluta costruire una muraglia come quelle che, nel Medioevo, separavano l’urbs dal res nullius oltre le mura (Salzano, 1998, 23). Solo che chi l’ha disegnata, questa muraglia, non aveva capito che la città, nonostante tutto, non era quella “intorno” ma era proprio quella al “centro”.

 

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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