Letters from #Ammerica. Urban reneval, cinquanta anni dopo

Un Palermitano in Ammerica, come migliaia di antenati, solo più privilegiato, senza passare da Ellis Island; un Siciliano al sud dell’Ammerica, dove Siciliani son passati in pochi; una lettera a settimana, su questo blog, cartoline (quasi) quotidiane, sui social network (qui, il progetto e perché “Ammerica”).

La città, si sa, è una bestia complessa (come la definiamo in termini scientifici nei circoli intellettuali degli urbanisti…). Talmente complessa che è veramente difficile prevedere le reazioni che seguiranno ad ogni azione: non è un caso se tutti i tentativi di creare “modelli” scientifici della città siano sempre sistematicamente falliti. E questo vale anche e soprattutto per le politiche. Questo non toglie che, oltre certi limiti, le cattive politiche possono avere effetti talmente devastanti da essere largamente prevedibili (purtroppo, questo vale molto meno per le “buone” politiche).

Ecco, c’è una politica, che ha trovato la sua più violenta espressione in America, i cui effetti sono talmente visibili dopo (oltre) cinquanta anni che difficilmente chi la ha portata avanti può fingere di non aver immaginato cosa sarebbe successo.

Si chiama, questa politica, “urban renewal“, letteralmente rinnovamento urbano
– Manuel Castells lo ha raccontato in maniera sistematica nel suo “La Questione Urbana“.

Tra gli anni trenta e l’inizio degli anni settanta, nel nome del “rinnovamento” si è intervenuto con violenza devastante sulle aree centrali delle città: il discorso politico e tecnocratico era che i centri urbani fossero divenuti malsani e degradati e che bisognasse distruggerli per salvarli. Montagne di soldi pubblici furono investite per buttare giù interi quartieri, aspettando che gli investitori arrivassero a costruire una nuova e “sana” città. Solo che, allo stesso tempo, invece delle opere di ricostruzione, invece che case a buon prezzo, si finanziavano due cose: autostrade e proprietà della casa (con sgravi fiscali sui mutui). Il risultato è che praticamente tutta la classe media (e bianca) si involò verso i suburbi (il cosiddetto “white flight”), che divennero quella infinita, e dannatamente inquinante, distesa di casette e casone che tutti conosciamo dal cinema.

Più la gente abbandonava i centri, più il discorso sul degrado aveva forza, più si distruggeva, meno si ricostruiva. Quelli che non avevano i soldi per andare nei suburbi, principalmente le famiglie afro-americane che vivevano nei condomini in centro, in assenza di una offerta a buon prezzo di case decenti in affitto, si trovavano costrette a ripiegare su condomini sempre peggiori ai margini delle zone centrali: con la scusa di eliminare i quartieri malsani, si è fomentata la creazione di quartieri ancora più malsani, solo un po’ più in là.

Gli effetti dell’urban renewal sono perfettamente visibili ancora oggi in una città come Memphis.

map crosstown

Image and maps Google 2016

Nella foto aerea, a ovest si vede Downtown, la parte più “centrale”, sul fiume Mississippi, che si è “salvata”. A est, inizia il tessuto di residenze unifamiliari del quartiere di Midtown – a partire da qui, e per decine di chilometri verso est, sarà tutto sprawl. In mezzo, ci sta una sorta di terra di nessuno, con alcuni grossi interventi più recenti (come l’area degli ospedali infantili) ma, soprattutto, enormi aree abbandonate o usate a parcheggio. La autostrada che taglia la città in due fa parte di quel sistema di autostrade costruite negli stessi anni per, idealmente, “rivitalizzare” i centri, permettendo alla gente dai suburbi di disclocarsi rapidamente verso il centro – in realtà, le demolizioni per la realizzazione delle autostrade hanno ulteriormente depresso le aree centrali, mentre i suburbaniti vivevano le loro vite tra centri commerciali e nuovi centri direzionali.

Il paesaggio urbano che risulta è, a suo modo, affascinante.

2016-02-27 15.50.34 - Copia

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Provo, ogni tanto, a immaginare, come sarebbe, in una qualunque città europea, il centro storico circondato da un’area, estesa anche alcuni chilometri, di enormi vuoti urbani e abbandono – proprio nelle aree, che in Europa, hanno maggiore valore di posizione. Anche da un punto di vista economico, è difficilissimo per un Europeo comprendere come si rinunci all’uso di quelle aree che potrebbero generare maggiore rendita. E, infatti, nelle città più ricche (New York, San Francisco su tutte) queste aree sono recentemente diventate i luoghi dove si è concentrato maggiore investimento – ma tutto privato e speculativo e, ancora una volta, han pagato quelli che non si potevano permettere il cambio dei costi della casa generato dal reinvestimento (scatenando ulteriori processi di espulsione e gentrificazione).

Nelle città meno ricche, come Detroit, Memphis o Baltimora, dopo 50 anni e oltre ci sono ancora queste enormi ferite di una politica devastante.

Ottime lezioni per chi, in Europa, ancora crede che la rigenerazione si ottenga con la distruzione.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, (Italian) politics, photography, electronic music, and food. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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