Letters from #Ammerica: appunti da Los Angeles (parte 1)

Un Palermitano in Ammerica, come migliaia di antenati, solo più privilegiato, senza passare da Ellis Island; un Siciliano al sud dell’Ammerica, dove Siciliani son passati in pochi; una lettera a settimana, su questo blog, cartoline (quasi) quotidiane, sui social network (qui, il progetto e perché “Ammerica”).

Los Angeles è un luogo unico al mondo. Occidente estremo – per parafrasare Rampini – e non solo perché geograficamente alla fine del percorso di espansione Americana (e quindi Europea) verso ovest. Occidente estremo perché luogo dove i miti e le catastrofi della civiltà occidentale si condensano con più intensità. E’ un luogo che tutti gli studiosi o appassionati della città hanno imparato a conoscere dal lavoro di Mike Davis, nel suo racconto della violenza estrema con la quale, negli anni ’80 e ’90 si sono scontrate le visioni della città di Hollywood e la realtà di una polarizzazione economica insostenibile; Los Angeles come prototipo di una città del futuro dove la guerra dei ricchi contro i poveri, la militarizzazione della polizia diventino normalità. Non è un caso se Los Angeles è sempre raccontata in maniera estrema dal cinema, nel presente, come in Un giorno di ordinaria follia o Crash (di Paul Higgis), o nel futuro, come in Fuga da Los Angeles o Blade runner.

Come tutti, ne sono stato affascinato e, durante il mio dottorato, ho raccolto alcune visioni altrui in un breve articolo. Non potevo, arrivando in Ammerica, non visitare Los Angeles. Sono tornato con alcuni appunti, frammentari, dall’Occidente estremo. Oggi la prima parte (qui la seconda).

Arriviamo a Los Angeles da sud, dall’autostrada per San Diego. Si entra nell’area metropolitana da Orange County, una delle contee più ricche degli Stati Uniti, e del mondo. Sulla sinistra, un centro commerciale su una collina. La collina termina troppo in piano, lasciando la certezza che sia stata “affettata” per fare spazio alle costruzioni.

C’è la corsia “car pooling” nell’autostrada, per auto con almeno due passeggeri – vuota, nonostante il traffico enorme, intorno a noi son tutti soli in auto. La corsia si trova all’estrema sinistra della carreggiata e, in certe uscite, esistono viadotti appositi solo per questa corsia – enormi viadotti costruiti nel nome del risparmio energetico.

Arriviamo a Venice, così chiamata per i canali fatti realizzare all’inizio del secolo venti. Nella strada dove parcheggiamo, zona affluente, ci sono cartelli CONTRO il passaggio dell’autobus. A Venice, la high-middle class non vuole che i poveri passino da casa loro per andare in spiaggia.

Affitto una stanza a Venice. Nel retro del supermercato dietro casa, l’area dei cassonetti è chiusa da una recinzione col filo spinato. Un homeless ci gira intorno, ci sono dei panni lanciati sul filo spinato, che evidentemente non basta a fermare la ricerca di chi ha bisogno.

Guidare una freeway a 6 corsie a Los Angeles è una esperienza unica. Da un lato, la sensazione che c’è poco da fare, che abbiamo probabilmente pasato il punto di non ritorno, che il livell0 di consumo è troppo alto per pensare di poterlo invertire in tempo per evitare la catastrofe del cambiamento climatico. Allo stesso tempo, c’è una sensazione di perfetta armonia, migliaia di esseri perfettamente coordinati – qui si supera da entrambe le parti, ogni corsia avanza a una velocità che dipende da fattori invisibili. Guidando, mi sento insieme paradossalmente sicuro e precario, bastano pochi minuti per far parte del flusso, ma so che basterebbe un solo secondo di distrazione per distruggere decine di auto. A giudicare dalle indicazioni del traffico, dalle segnalazioni di incidenti, sembra succedere spesso.

Non serve a molto rispettare la distanza di sicurezza, nelle freeway: farlo crea solo lo spazio per un’altra auto, da destra o sinistra, che cerca spazio per superare.

Arrivo a Watts, quartiere nero e poverissimo. Qui, Sam (o Simon) Rodia, immigrato italiano, ha costruito uno dei grandi capolavori dell’arte outsider, ma direi proprio dell’arte contemporanea, le Watts Tower: voleva dare un monumento al suo quartiere. Nel 1959 la città di Los Angeles decise che le torri erano pericolose e andavano abbattuto, ma la comunità locale lottò perché si facesse una prova di sforzo. Le torri, nonostante abbiano fondamenta profonde appena 60 centimetri e siano alte quasi 30 metri, resistettero a un carico di 5000 chilogrammi. La sensazione è di essere l’unica persona a visitare questo luogo meraviglioso, rimango una mezz’ora e non passa nessuno – c’è una ragazzina che disegna, il guardiano e dei ragazzi in un angolo poco vicino. Qualcuno più avanti mi dirà che negli anni ’80 le torri andavano di moda e veniva gente da mezzo mondo. Ora sembra sia stato dimenticato.

2016-03-21 10.39.29

Annunci

Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
Questa voce è stata pubblicata in città, Letters from Ammerica e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

5 risposte a Letters from #Ammerica: appunti da Los Angeles (parte 1)

  1. lillyslifestyle ha detto:

    Voglio più foto ;)

  2. Pingback: Letters from #Ammerica: appunti da Los Angeles (parte 2) | Simone Tulumello

  3. Pingback: Letters from #Ammerica: appunti da New York (parte 1) | Simone Tulumello

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...