Letters from #Ammerica: appunti da Los Angeles (parte 2)

Un Palermitano in Ammerica, come migliaia di antenati, solo più privilegiato, senza passare da Ellis Island; un Siciliano al sud dell’Ammerica, dove Siciliani son passati in pochi; una lettera a settimana, su questo blog, cartoline (quasi) quotidiane, sui social network (qui, il progetto e perché “Ammerica”).

Proseguo e concludo la raccolta di appunti, frammentari, da Los Angeles, iniziata la settimana scorsa.

Vado a visitare la città di Vernon, che si trova subito a sud del centro di Los Angeles. Ne avevo scritto nel post sulla frammentazione istituzionale degli Stati Uniti e, da buon nerd, non potevo non visitare la City of Vinci della seconda stagione di True Detective. Vernon è un enorme paesaggio post-industriale, in una continua successione di capannoni, centri ricambi auto, svincoli ferroviari e tir. C’è una foschia persistente che intensifica una certa sensazione distopica.

Arrivo a downtown da est, passando dal quartiere di Skid Row, i cui marciapiedi sono una distesa compatta di tende e carrelli, in una delle più dense concentrazioni di homeless che si possano immaginare. Negli anni ’80, quelli della guerra agli homeless, la polizia di Los Angeles aveva letteralmente recintato questa zona di città e vi portava tutti i senza casa che riusciva a prendere altrove. 30 anni dopo, la sensazione è che la guerra è stata persa, sia per la nuova ondata di senza casa che ha seguito la crisi economica, sia perché quel livello di violenza di stato non sembra più adatto a un’epoca in cui città come Los Angeles vogliono rivendersi come mete turistiche e per la classe creativa.

A poche centinaia di metri da Skid Row c’è Bunker Hill, il cuore della downtown finanziaria. I grattacieli svettano in un mare di automobili, la freeway scorre proprio accanto.

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A Bunker Hill, in caso di necessità, i grattacieli possono secedere dalla città, le entrate vengono fortificate e un sistema di tunnel collega i vari edifici. Anche questo è un prodotto dei violentissimi anni ’80, quando le rivolte legate alle questioni razziali erano una delle ossessioni della corporate America. Bunker Hill, uno dei simboli dell’America più diseguale è, ironicamente, tagliata in due da Hope street.

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China Town, un paio di isolati a nord è un luogo pacifico e silenzioso. Piena di pedoni, quasi tutti orientali, che passeggiano per le strade. Una normalità assurda in questa città dove il pedone è, quasi sempre, un povero o un matto. Una normalità surreale.

Arrivo sulle colline di Hollywood, da dove si può ammirare gran parte dell’area metropolitana verso sud (continua, a nord, per altre decine di chilometri). Una bestia di cemento e asfalto infinita, una città dai livelli di consumo – di energia, acqua, combustibili, beni – senza pari, un luogo che sembra dire che non esista scampo al cambiamento climatico.

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In due giorni di “visita” in città, avrò guidato per 200 chilometri. Il paesaggio urbano cambia continuamente, dal grigio di Vernon al verde di Beverly Hills, dall’infinito strip mall che è il Sunset Boulevard al susseguirsi di noleggi auto intorno all’aeroporto. Quello che non cambia mai è la sensazione (non) urbana, il modo di spostarsi nello spazio urbano: sempre in auto, sempre cercando di scegliere la corsia adatta (quella per svoltare a destra, quella per svoltare a sinistra, quella per proseguire), aspettando ai semafori, uno dopo l’altro, per miglia e miglia. Davanti, sempre tre corsie. Lo stesso film ripetuto all’infinito mentre cambiano i dettagli nella visione perriferica. Penso che potrei impazzire in un paio di mesi. O abituarmi a questa vita sempre in auto?

Davanti al tramonto a Venice, in un’esplosione di colori che mi seguirà sempre nei giorni sulla costa ovest, mi riconcilio con Los Angeles, questo inferno (hell-A?) punteggiato di angoli di paradiso.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, (Italian) politics, photography, electronic music, and food. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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2 risposte a Letters from #Ammerica: appunti da Los Angeles (parte 2)

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