Letters from #Ammerica. Obama’s farewell

Un Palermitano in Ammerica, come migliaia di antenati, solo più privilegiato, senza passare da Ellis Island; un Siciliano al sud dell’Ammerica, dove Siciliani son passati in pochi; una lettera a settimana, su questo blog, cartoline (quasi) quotidiane, sui social network (qui, il progetto e perché “Ammerica”).

Ricordo benissimo l’elezione di Obama nel 2008. Erano passati otto anni di George W Bush, durante i quali la guerra era ritornata ad essere una “normalità”, anche per noi. Quella che sarebbe diventata la più violenta crisi del capitalismo globale era appena cominciata e sembrava fosse giunta l’ora in cui riflettere a scala globale sul predominio di un capitalismo finanziario che tutti consideravano gravemente colpevole. Ricordo benissimo come questo giovane senatore sia stato capace di catalizzare le aspirazioni e i sogni di persone ben al di là dell’Ammerica. La sua calvalcata trionfale, contro il conservativismo di Hillary Clinton, fu un gioiello nella storia della democrazia occidentale: per la organizzazione della campagna, per il modo in cui fu capace di catalizzare il consenso di persone da troppo tempo fuori dai giochi politici.

L’entusiasmo globale fu tale che Obama vinse il premio Nobel per la pace nel 2009, un Nobel dato interamente sulla fiducia delle promesse elettorali, la fine della guerra, la chiusura di Guantanamo. Sembrava l’inizio di una nuova era.

Ricorderemo Obama come uno dei politici più affascinanti e intelligenti della storia, nessun dubbio. Nel suo ultimo discorso per i corrispondenti dalla Casa Bianca, Obama ha confermato di essere ironico, incisivo, coinvolgente. E, proprio per questo, proprio per quello che avrebbe potuto e non ha voluto (o non è stato capace di) fare, lo ricorderemo come una delle più grosse delusioni della storia recente.

Per completezza, va detto che Obama ha ottenuto un paio di successi: negli Stati Uniti, Obamacare, timido passo che avvicina l’Ammerica agli altri paesi avanzati in termini di diritto alla salute; all’estero, il riavvicinamento con Cuba e Iran, due momenti importanti per un’Ammerica che deve iniziare ad accettare di non essere più chi detta legge nel mondo.

Ma, tra qualche decennio, soprattutto se le tendenze attuali non verranno interrotte da una vera “rivluzione” culturale e socio-economica, se cambiamento climatico e guerre diventeranno pane quotidiano, quello che veramente ricorderemo è quel che Obama non ha fatto.

Non ha chiuso Guantanamo, ancora lì, a testimoniare della normalità dell’illegalità.

Non ha terminato la sorveglianza di massa condotta da agenzie come l’NSA, sorveglianza che costituisce la più grossa minaccia alle fondamenta della democrazia per come la conosciamo.

Non ha terminato alcuna guerra, anzi, ne ha iniziate altre, come quella in Siria: meritandosi, insomma, il più inutile Nobel per la pace della storia.

Non ha affrontato la questione delle armi, se non con le lacrime di coccodrillo dopo ogni strage.

Non ha in alcuna maniera intaccato lo strapotere della finanza e dell'”uno per cento”: nonostante la rapida ripresa dalla crisi e la crescita economica, durante questi otto anni, le diseguaglianze non sono mai diminuite, negli Stati Uniti. Anzi, sono aumentate fino a livelli che non toccavano dagli anni ’20.

Non ha ottenuto alcun risultato significativo nella lotta al cambiamento climatico, né al livello internazionale (ricorderemo COP 21 come uno dei più grossi fallimenti della storia dell’umanità, temo), né a livello interno (gli Stati Uniti sono diventati il più grosso produttore mondiale di petrolio mentre Obama era al governo!).

Il più devastante tra i fallimenti di Obama, però, riguarda una parte della popolazione americana. Nel 2008, sembrava che dovesse comiciare un’altra era, se un nero poteva diventare presidente degli Stati Uniti, sembrava fosse iniziata la fine delle disparità razziali. Invece, la amministrazione Obama non ha affrontato in alcuna maniera le dinamiche socio-economiche che fanno degli Stati Uniti una società strutturalmente razzista, nella quale il colore della pelle è il primo determinante di quasi tutti gli indicatori di benessere. Un esempio perfetto è il modo in cui il mercato della casa si è riorganizzato dopo la crisi del 2007, il modo in cui il colore della pelle determina la variazione del valore delle case da allora. La situazione complessiva dei neri americani è peggiorata, in questi otto anni, sia dal punto di vista economico, che dal punto di vista dei diritti civili. Nulla è stato fatto per limitare la violenza di polizia e la maniera in cui questa colpisca disproporzionatamente giovani neri. Una commissione di inchiesta voluta dal sindaco di Chicago ha concluso che la polizia “non ha rispetto per la sacralità della vita delle persone di colore”.

Obama ha incantato e affascinato gli Stati Uniti e il mondo.

Purtroppo, non ha fatto nulla per renderli un luogo migliore.

Temo che ne pagheremo le conseguenze per parecchi decenni. Intanto, godetevi l’ironia del più affascinante politico che la storia dei fallimenti politici abbia mai generato.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, (Italian) politics, photography, electronic music, and food. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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