Letters from #Ammerica: appunti da New York (parte 2)

Un Palermitano in Ammerica, come migliaia di antenati, solo più privilegiato, senza passare da Ellis Island; un Siciliano al sud dell’Ammerica, dove Siciliani son passati in pochi; una lettera a settimana, su questo blog, cartoline (quasi) quotidiane, sui social network (qui, il progetto e perché “Ammerica”).

La seconda parte – la prima sta qui – degli appunti da New York, una città troppo grande e complessa per poter essere “raccontata”.

Di fronte al Guggenheim conosciamo Enzo, un pezzetto della diaspora italiana recente. Professore di filosofia e studi urbani, ex calciatore, dirigente sindacale e membro del PCI, dei DS, poi fino al PD – adesso non più. Passiamo la serata a discutere di politica, letteratura e calcio. E, grazie a lui, mangiamo una pizza perfetta al Numero 28.

La mattina dopo, prendiamo la metro per Coney Island, non resisto all’attrazione di quel luogo magico e folle descritto da Rem Koolhaas in Delirius New York come “un’urbanistica basata sulla tecnologia del fantastico”. Coney Island deve aver vissuto tempi migliori, dei lotti per i luna park, molti son vuoti. E’ un bel sabato di maggio e, almeno fino all’una di pomeriggio, i luna park non sono molto affollati. Affollatissimo, invece, è Nathan’s, che festeggia cent’anni di hot dog – da buon fast food americano, sebbene sia quasi sulla spiaggia, l’hot dog è il prodotto più venduto.

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Coney Island è uno strano incrocio tra decadenza anni ’30 e la onnipresente atmosfera anni ’90 degli Stati Uniti. La cosa più sorprendente è notare come, giusto dietro ai luna park, si trovino complessi di case popolari e non case di lusso, come ci si potrebbe aspettare nella spiaggia più vicina a Manhattan. Ma, si sa, in Ammerica, il concetto di “centro” è elusivo e Brooklin, alla cui estremità meridionale sta Coney Island, è stato per lungo tempo un luogo abbandonato dalle classi media e alta.

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Di nuovo in metro e, in poco più di un’ora – per fare 18 chilometri, non è esattamente veloce la metro di New York! -, arriviamo allo stadio degli Yankees. La mia speranza era rintracciare il percorso verso il Bronx, che inizia proprio a nord dello stadio, del ragazzino che ha preso la palla dell’home run intorno al quale Don De Lillo racconta 40 anni di storia ammericana in Underworld. Coincidenza, è appena finita una partita e la gente si riversa fuori dallo stadio, camminiamo con gli altri alcune centinaia di metri verso nord, nella strada riparata dal viadotto della metropolitana: purtroppo non ricordo più se fosse questa la strada che percorre il ragazzino, purtroppo ho il libro a Palermo…

Ritorniamo verso sud e, oltrepassato un ponte, siamo ad Harlem, un quartiere la cui architettura è stata celebrata in una miriade di film. Sebbene sia ancora un solido quartiere nero e proletario, la presenza della Columbia University e del College University of New York hanno spinto i prezzi delle case in alto e, vicino ai campus, l’ambiente diventa più misto e “hipster”.

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In un parco, c’è una piccola festa con musica house. Un dj, due casse, un centinaio di persone che ballano o si rilassano. Tutti neri, per la gran parte di mezza età, noi e un altro paio di ragazzini europei gli unici bianchi. La atmosfera è incredibilmente rilassata, la musica è la house anni ’90 che ha reso globalmente celebri Chicago e Detroit. Al centro della pista, un uomo sui sessanta anni, vestito in blu elettrico, pantaloni attillati e maglia stretch, con un lungo codino nero e una enorme catena al collo, balla come si ballava a fine anni ’80. Un uomo che, sono pronto a scommettere, ha vissuto il significato di essere un nero omosessuale ad Harlem negli anni ’80, quando essere nero, omosessuale e di Harlem era considerato sinonimo di vizio e infezione – l’AIDS era raccontata come la malattia dell’America nera, dell’America gay. Ha probabilmente passato tutto questo, e balla.

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Ballo anch’io per qualche minuto, poi mi siedo sull’erba e provo a percepire l’energia di questo momento. E improvvisamente, “sento”, mi sento addosso, per la prima volta in maniera così intensa, la potenza dell’esperienza dell’Ammerica nera: secoli di resistenza contro il razzismo che da culturale è divenuto strutturale e istituzionale, la potenza di espressioni insieme politiche e culturali come il blues, il soul, l’hip-hop, la house – quasi tutto quel di potente è bello che viene dall’America è nero.

All’improvviso percepisco chiaramente che l’Ammerica è nera, così come l’Europa è nera: due terre costruite sulle schiene piegate, ma mai spezzate, dell’Africa e dei suoi popoli.

Che vi piaccia o no.

L’Ammerica è nera.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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