Letters from #Ammerica: la chiamano democrazia

Un Palermitano in Ammerica, come migliaia di antenati, solo più privilegiato, senza passare da Ellis Island; un Siciliano al sud dell’Ammerica, dove Siciliani son passati in pochi; una lettera a settimana (o quasi), su questo blog, cartoline (quasi) quotidiane, sui social network (qui, il progetto e perché “Ammerica”).

Sono di quelli che si sono rifiutati di considerare “l’ignoranza” la vera causa della Brexit; e sono di quelli che si rifiutano di considerare “l’ignoranza” la vera causa della ascesa di Donald Trump. La Brexit e Trump sono semplicemente due risposte sbagliate al più grande problema della nostra epoca: l’assalto, finora vincente, alla democrazia liberale.

In breve, sappiamo ormai benissimo che gli ultimi quaranta anni hanno visto un incremento esponenziale delle diseguaglianze in tutto il mondo occidentale, di fatto cancellando un secolo e mezzo di progresso sociale e soprattutto il welfare costruito tra anni ’40 e ’70. E lo strumento per portare indietro le lancette dei diritti sociali è stato un attacco senza precedenti alle strutture democratiche: in nome del “consenso” e delle “riforme”, si sono create strutture di potere nelle quali era impossibile mettere in discussione i fondamenti del sistema: le “nuove sinistre” (quelle di Bill Clinton e Blair), insomma, sono divenute indistinguibili dalle destre per quel che riguarda le politiche economiche – limitandosi a distinguersi per l’approccio sui diritti civili. La emersione di movimenti e politici come Syriza, Podemos, Bernie Sanders, che finalmente mettono in discussione proprio i principi del sistema è, finalmente, la risposta a quaranta anni di “non-democrazia”, ovvero di una democrazia senza alternanza, almeno per quel che riguarda le politiche economiche.

Gli Stati Uniti sono il luogo dove queste dinamiche sono più potenti. Barack Obama ne è la candida prova, un presidente eletto mentre i Repubblicani piangevano l’arrivo del socialismo e che, invece, ha proseguito sulla scia del governo precedente, in alcuni campi, addirittura superando a destra George W Bush – il suo “Obamacare”, non solo non ha risolto il problema del diritto alla salute, ma ha prodotto enorme accumulazione per assicurazioni e salute privata.

Questa foto spiega molto semplicemente come siamo arrivati a questo punto:

2016-07-23 14.30.38

L’ho scattata pochi minuti fa di fronte ad un seggio elettorale qui a Memphis. Si tratta di candidati per svariate posizioni, da quelle federali (Senato e Congresso) a quelle statali (Senato e Congresso del Tennessee), più alcuni giudici. Cosa manca? I partiti. Mentre il partito democratico e quello repubblicano si fanno la guerra nei cosidetti “swing states”, quegli stati dove esiste alternanza, in luoghi come il Tennessee la distribuzione dei seggi è sostanzialmente immutabile. La maggioranza bianca, insieme al gerry-mandering, garantisce ai Repubblicani la maggioranza a livello statale, mentre in città la maggioranza democratica è controbilanciata solo dal disegno dei distretti che garantisce comunque una maggioranza di consiglieri bianchi.

In assenza di alcuna dialettica partitica, i candidati del partito che, inevitabilmente vincerà, in città o nello stato, finiscono per scontrarsi alle primarie o alle elezioni generali in assenza di un “programma politico”: generalmente ogni candidato ha un “tema” (l’economia e il crimine sono i più gettonati) e su quello fa campagna. La politica, come luogo di incontro di idee e visioni del mondo diverse sostanzialmente non esiste. E il risultato è che le politiche implementate da repubblicani e democratici sono sostanzialmente le stesse.

Il caso di Memphis è paradigmatico e, per un Europeo, inconcepibile. I democratici godono della maggioranza da decenni, e le politiche che si sono susseguite non si possono se non definire di destra: continui tagli alle politiche sociali; sconti fiscali alle multinazionali e grandi imprese che promettono di creare qualche posto di lavoro; altissime tasse sulla casa che pesano proporzionalmente di più su chi ha redditi bassi; tolleranza zero contro “il crimine” che, in realtà è la repressione di “problemi” come i senza tetto, le malattie mentali (metà degli incarcerati nello stato del Tennessee soffre di problemi psichici), la povertà.

Il risultato sono livelli di sfiducia nella politica senza precedenti. Alle ultime elezioni municipali hanno votato 100 mila persone sulle quasi 400 mila che hanno diritto, poco più di un quarto. Il sindaco è stato eletto con 42 mila voti, meno del 15% degli aventi diritto al voto.

In realtà la realtà è ancora più drammatica, perché gli aventi diritto non corrispondono al bacino elettorale. Esiste una lunga “tradizione” negli stati repubblicani di disegnare leggi per escludere dal voto larghe fette della popolazione, principalmente poveri e neri che tendono a votare per i democratici. Per esempio, si escludono dalle liste elettorali persone condannate per reati minori; o si cancella dalle liste chi non ha votato recentemente (???); oppure si obbligano gli elettori a possedere documenti che non tutti riescono ad ottenere – si, in certe zone degli Stati Uniti e per certe popolazioni è quasi impossibile ottenere un certificato di nascita o una carta di identità. Nel 2012 la contea di Shelby, quella di Memphis, ha tagliato le sue liste elettorali di un terzo, circa 180 mila persone. Considerato che due terzi degli abitanti di Shelby vivono a Memphis, si tratta di altre 120 mila persone in età elettorale: e il sindaco di Memphis è stato eletto, quindi, da qualcosa come l’8% della popolazione.

Non può stupire, quindi, che la politica locale faccia tutto meno che occuparsi degli interessi della popolazione che, questi numeri dimostrano, non rappresenta. Ho seguito alcune sessioni del consiglio comunale: non ho assistito ad un solo voto che non fosse all’unanimità, ad esempio, e questo mostra chiaramente come non esista una rappresentanza degli interessi contrastanti di gruppi e zone differenti.

Immaginate questo sistema moltiplicato fino ad arrivare alle elezioni per il Presidente degli Stati Uniti: e vi renderete conto di come abbia gioco facile un populista come Trump ad attaccare quell’establishment di cui fa parte; o di come un politico senza scrupoli e guerrafondaio come la Clinton possa proporsi come “progressista”. Entrambi sanno benissimo di non dovere vincere il voto popolare, per essere eletti, ma di dover portare al voto una minoranza di persone in pochi stati chiave – negli altri, ci pensano i sistemi locali a garantirgli la vittoria.

E la chiamano “democrazia”.

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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