“Urban geopolitics” and the attack to democracy

Letters to #Ammerica is a weekly letter “sent” from Europe to the US in the aftermaths of November 8, 2016. It’s a personal take, based on my research experience in the South of US and Southern Europe, on cities, their policies, politics and institutional systems. Because the making of (urban) America shapes the making of Europe and beyond; and we are all involved.

 

What is “urban geopolitics”?

The concept of “urban geopolitics” is quite recent. At first impression, putting together “urban” and “geopolitics” may sound self-contradictory. So let me start by way of defining what “urban geopolitics” is (or, better, what I mean by it) and why it offers a privileged perspective to understand the contemporary juncture.

“Urban” is obviously about the “city” or, more precisely, about the spaces transformed by mankind for its own living (“urbanization”).

“Geopolitics” is “a method of studying foreign policy to understand, explain and predict international political behavior through geographical variables. These include area studies, climate, topography, demography, natural resources, and applied science of the region being evaluated” (Wikipedia). There is no space for the urban or for the local scale normally associated with the urban, in this definition.

The idea behind the use of “urban geopolitics” is exactly that, in the contemporary globalized world, the local and the global are more and more interconnected; and that many phenomena experienced at the urban scale are in fact part of wider global trends. It is not by chance that terrorist violence, at least in the Western countries, is primarily an urban phenomenon – its targets being systematically urban nodal places of labor and economics (e.g. the World Trade Center in New York), mobility (e.g. the Atocha station in Madrid) or leisure (e.g. the Bataclan in Paris). At the same time, the security response to terrorist risk is predominantly urban: think of the use of video-surveillance over urban space, the militarization of potential “target” areas such the ones surrounding the new World Trade Center in New York.

Militarized urban space in New York

Militarized urban space in New York

Urban geopolitics and post-democracy

What is the specific objective of authors such as Saskia Sassen, Ugo Rossi, Alberto Vanolo, or Stephen Graham when they use the concept of “urban geopolitics”? They want to convey the idea that there is a geopolitical dimension in many urban transformations of recent times; and that these transformations are reducing the space for democratic participation in cities all around the world. Continua a leggere

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Letters to #Ammerica. Introduction: November 8 and the urban geopolitics

Letters to #Ammerica is a weekly letter “sent” from Europe to the US in the aftermaths of November 8, 2016. It’s a personal take, based on my research experience in the South of US and Southern Europe, on cities, their policies, politics and institutional systems. Because the making of (urban) America shapes the making of Europe and beyond; and we are all involved.

1. I have been struggling for some time with my blog, namely since I’ve come back from the USA – I’ve been since January to August 2016 at the University of Memphis, funded under a Fulbright grant (US-Italy Commission), to research on public safety and crime prevention in Memphis. During my stay in the US, I’ve been writing regularly to share feelings, ideas, images and histories from “Ammerica” (many, in my homeregion, Sicily, called the US “Ammerica”, back in the day). Back to Lisbon, I’ve had hard times to find a new thread to update the blog, which I have been keeping for 4 years now, in Italian.

November 8, 2016, prompted me the urge to write here again, now in a different language, with a coherent political project. Continua a leggere

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Letters from #Ammerica: la chiamano democrazia

Un Palermitano in Ammerica, come migliaia di antenati, solo più privilegiato, senza passare da Ellis Island; un Siciliano al sud dell’Ammerica, dove Siciliani son passati in pochi; una lettera a settimana (o quasi), su questo blog, cartoline (quasi) quotidiane, sui social network (qui, il progetto e perché “Ammerica”).

Sono di quelli che si sono rifiutati di considerare “l’ignoranza” la vera causa della Brexit; e sono di quelli che si rifiutano di considerare “l’ignoranza” la vera causa della ascesa di Donald Trump. La Brexit e Trump sono semplicemente due risposte sbagliate al più grande problema della nostra epoca: l’assalto, finora vincente, alla democrazia liberale.

In breve, sappiamo ormai benissimo che gli ultimi quaranta anni hanno visto un incremento esponenziale delle diseguaglianze in tutto il mondo occidentale, di fatto cancellando un secolo e mezzo di progresso sociale e soprattutto il welfare costruito tra anni ’40 e ’70. E lo strumento per portare indietro le lancette dei diritti sociali è stato un attacco senza precedenti alle strutture democratiche: in nome del “consenso” e delle “riforme”, si sono create strutture di potere nelle quali era impossibile mettere in discussione i fondamenti del sistema: le “nuove sinistre” (quelle di Bill Clinton e Blair), insomma, sono divenute indistinguibili dalle destre per quel che riguarda le politiche economiche – limitandosi a distinguersi per l’approccio sui diritti civili. La emersione di movimenti e politici come Syriza, Podemos, Bernie Sanders, che finalmente mettono in discussione proprio i principi del sistema è, finalmente, la risposta a quaranta anni di “non-democrazia”, ovvero di una democrazia senza alternanza, almeno per quel che riguarda le politiche economiche.

Gli Stati Uniti sono il luogo dove queste dinamiche sono più potenti. Barack Obama ne è la candida prova, un presidente eletto mentre i Repubblicani piangevano l’arrivo del socialismo e che, invece, ha proseguito sulla scia del governo precedente, in alcuni campi, addirittura superando a destra George W Bush – il suo “Obamacare”, non solo non ha risolto il problema del diritto alla salute, ma ha prodotto enorme accumulazione per assicurazioni e salute privata.

Questa foto spiega molto semplicemente come siamo arrivati a questo punto:

2016-07-23 14.30.38

L’ho scattata pochi minuti fa di fronte ad un seggio elettorale qui a Memphis. Si tratta di candidati per svariate posizioni, da quelle federali (Senato e Congresso) a quelle statali (Senato e Congresso del Tennessee), più alcuni giudici. Cosa manca? I partiti. Mentre il partito democratico e quello repubblicano si fanno la guerra nei cosidetti “swing states”, quegli stati dove esiste alternanza, in luoghi come il Tennessee la distribuzione dei seggi è sostanzialmente immutabile. La maggioranza bianca, insieme al gerry-mandering, garantisce ai Repubblicani la maggioranza a livello statale, mentre in città la maggioranza democratica è controbilanciata solo dal disegno dei distretti che garantisce comunque una maggioranza di consiglieri bianchi.

In assenza di alcuna dialettica partitica, i candidati del partito che, inevitabilmente vincerà, in città o nello stato, finiscono per scontrarsi alle primarie o alle elezioni generali in assenza di un “programma politico”: generalmente ogni candidato ha un “tema” (l’economia e il crimine sono i più gettonati) e su quello fa campagna. La politica, come luogo di incontro di idee e visioni del mondo diverse sostanzialmente non esiste. E il risultato è che le politiche implementate da repubblicani e democratici sono sostanzialmente le stesse.

Il caso di Memphis è paradigmatico e, per un Europeo, inconcepibile. I democratici godono della maggioranza da decenni, e le politiche che si sono susseguite non si possono se non definire di destra: continui tagli alle politiche sociali; sconti fiscali alle multinazionali e grandi imprese che promettono di creare qualche posto di lavoro; altissime tasse sulla casa che pesano proporzionalmente di più su chi ha redditi bassi; tolleranza zero contro “il crimine” che, in realtà è la repressione di “problemi” come i senza tetto, le malattie mentali (metà degli incarcerati nello stato del Tennessee soffre di problemi psichici), la povertà.

Il risultato sono livelli di sfiducia nella politica senza precedenti. Alle ultime elezioni municipali hanno votato 100 mila persone sulle quasi 400 mila che hanno diritto, poco più di un quarto. Il sindaco è stato eletto con 42 mila voti, meno del 15% degli aventi diritto al voto.

In realtà la realtà è ancora più drammatica, perché gli aventi diritto non corrispondono al bacino elettorale. Esiste una lunga “tradizione” negli stati repubblicani di disegnare leggi per escludere dal voto larghe fette della popolazione, principalmente poveri e neri che tendono a votare per i democratici. Per esempio, si escludono dalle liste elettorali persone condannate per reati minori; o si cancella dalle liste chi non ha votato recentemente (???); oppure si obbligano gli elettori a possedere documenti che non tutti riescono ad ottenere – si, in certe zone degli Stati Uniti e per certe popolazioni è quasi impossibile ottenere un certificato di nascita o una carta di identità. Nel 2012 la contea di Shelby, quella di Memphis, ha tagliato le sue liste elettorali di un terzo, circa 180 mila persone. Considerato che due terzi degli abitanti di Shelby vivono a Memphis, si tratta di altre 120 mila persone in età elettorale: e il sindaco di Memphis è stato eletto, quindi, da qualcosa come l’8% della popolazione.

Non può stupire, quindi, che la politica locale faccia tutto meno che occuparsi degli interessi della popolazione che, questi numeri dimostrano, non rappresenta. Ho seguito alcune sessioni del consiglio comunale: non ho assistito ad un solo voto che non fosse all’unanimità, ad esempio, e questo mostra chiaramente come non esista una rappresentanza degli interessi contrastanti di gruppi e zone differenti.

Immaginate questo sistema moltiplicato fino ad arrivare alle elezioni per il Presidente degli Stati Uniti: e vi renderete conto di come abbia gioco facile un populista come Trump ad attaccare quell’establishment di cui fa parte; o di come un politico senza scrupoli e guerrafondaio come la Clinton possa proporsi come “progressista”. Entrambi sanno benissimo di non dovere vincere il voto popolare, per essere eletti, ma di dover portare al voto una minoranza di persone in pochi stati chiave – negli altri, ci pensano i sistemi locali a garantirgli la vittoria.

E la chiamano “democrazia”.

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Brexit, geografia del voto e classe

Questa mappa è probabilmente la più visualizzata nel mondo, in questi giorni.

Dice una cosa molto semplice: il Regno Unito si è spaccato nel referendum su permanenza o abbandono dell’Europa. Scozia e Irlanda del Nord han votato per rimanere, Inghilterra e Galles per uscire.

Sulla base dello stesso sondaggio (di YouGov) che dava il Remain vincente (52 a 48), molti han puntato il dito su adulti e “anziani” che, secondo quel sondaggio, avrebbero votato per Leave, contro i giovani che han votato Remain. Peccato che quel sondaggio, che ha dimostrato di essere sbagliato (il risultato è stato esattamente opposto, 48 a 52), non aveva considerato l’affluenza. La gran parte dei giovani, si è poi scoperto, è rimasta a casa – in parte anche per problemi di registrazione al voto, sembra.

E allora, proviamo a guardare qualche altro dato, focalizzando sull’Inghilterra, che ha decisivamente votato per il Leave. Continua a leggere

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Letters from #Ammerica. Moscow, Tennessee

Un Palermitano in Ammerica, come migliaia di antenati, solo più privilegiato, senza passare da Ellis Island; un Siciliano al sud dell’Ammerica, dove Siciliani son passati in pochi; una lettera a settimana, su questo blog, cartoline (quasi) quotidiane, sui social network (qui, il progetto e perché “Ammerica”).

Se dal centro di Memphis si imbocca la Poplar avenue, principale asse di collegamento est-ovest, in direzione est, si attraversano i suburbi di Germantown e Collierville e, dopo una trentina di miglia, si giunge alla fine dell’area urbanizzata. Se si prosegue per un’altra decina di miglia verso est, sulla Highway 57, si arriva a Moscow, cittadina rurale nel cuore dalla contea di Fayette.

A Moscow vivono poco più di 400 anime, sparpagliate nei tre chilometri quadrati di superficie della città. Moscow ha anche un “centro”, dove si trovano la torre dell’acqua, la city hall e le immancabili chiese. Lungo la highway, un cartello indica di svoltare per il “business district”: a fianco della ferrovia, uno slargo, una strada e un accrocchio di una decina di edifici, la banca, l’ufficio delle poste, il bar, la sala da biliardo, una impresa di lavorazione della carne di cervo, la drogheria.

Se non fosse per l’asfalto per terra e le rare auto che passano, si direbbe di essere in un’altra era, poche miglia a est dalla città. Continua a leggere

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Letters from #Ammerica: sud profondo Mississippi

Un Palermitano in Ammerica, come migliaia di antenati, solo più privilegiato, senza passare da Ellis Island; un Siciliano al sud dell’Ammerica, dove Siciliani son passati in pochi; una lettera a settimana, su questo blog, cartoline (quasi) quotidiane, sui social network (qui, il progetto e perché “Ammerica”).

Se da Memphis si prende la Interstate 55 per New Orleans, in pochi minuti si arriva nello stato del Mississippi, che si estende per 600 kilometri fino al golfo del Messico. Lo scorso fine settimana, abbiamo attraversato il Mississippi due volte, per andare a, e tornare da, New Orleans. Al ritorno, abbiamo deciso di abbandonare l’Interstate 55, arrivare a Baton Rouge, capitale della Luisiana, e da lì risalire lungo le highways. Giunti a Natchez, seguendo il corso del fiume Mississippi, abbiamo tagliato verso Jackson, circa 100 miglia di highway nel cuore del sud dell’Ammerica.

map

100 miglia, 160 kilometri, di viaggio nel tempo, l’unico segnale dei tempi che corrono il design di gran parte delle auto. Per il resto, ho visto, sebbene rapidamente e in auto, un’America completamente differente da quella che conoscevo e quella che molti conoscono. Continua a leggere

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Letters from #Ammerica: appunti da New York (parte 2)

Un Palermitano in Ammerica, come migliaia di antenati, solo più privilegiato, senza passare da Ellis Island; un Siciliano al sud dell’Ammerica, dove Siciliani son passati in pochi; una lettera a settimana, su questo blog, cartoline (quasi) quotidiane, sui social network (qui, il progetto e perché “Ammerica”).

La seconda parte – la prima sta qui – degli appunti da New York, una città troppo grande e complessa per poter essere “raccontata”. Continua a leggere

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