Quattro lezioni a caldo dal referendum costituzionale

È finita la campagna elettorale più lunga e virulenta della storia recente italiana. È finita bene, crede il sottoscritto. Una riforma scritta male e portata avanti peggio è stata respinta da una ampia maggioranza degli italiani.

Renzi, che ha personalizzato la campagna, ha personalizzato anche la sconfitta: “ho perso io”, ha dichiarato, dimostrando una percezione del suo ruolo che non va oltre la sua capacità di “vincere” o “perdere”.

Nel fare di questo voto un voto politico, d’altronde, lo stesso Renzi e i suoi accoliti stanno consegnando la “vittoria” a Beppe Grillo e alle destre: gli stessi sostenitori di Renzi, adesso, dicono “eccoli i vostri leader”, riferendosi a Salvini e Grillo. La Le Pen festeggia un voto “contro l’Europa”, e tutti a dire “ve l’avevamo detto” – sebbene nessuno possa provare che si tratti di un voto contro l’Europa (la mia percezione è ben differente).

In questa maniera, insomma, si nasconde una realtà molto più complessa, fatta di gente che ha votato Si o No da tutti gli schieramenti politici. I primi dati sui flussi elettorali dimostrano che, si, la maggior parte degli elettori ha votato in linea con le indicazioni del proprio partito ma che, allo stesso tempo, esiste una ampia porzione dell’elettorato (tra un sesto e un terzo, a seconda dell’orientamento politico) che ha votato diversamente – evidentemente, ha votato la riforma.

Fonte: Porta a Porta, Rai

E allora, prima che dimentichiamo che gli elettori hanno votato se approvare o meno una riforma costituzionale, lasciatemi buttar giù alcune lezioni che, spero, questo referendum (e quello del 2006 sulla riforma costituzionale voluta da Berlusconi) abbia insegnato a tutto lo schieramento politico.

La Costituzione si aggiusta, non si stravolge. Nessuno dice che la Costituzione è intoccabile, fare aggiustamenti puntuali è spesso necessario e utile (dal 1948 sono state approvate 15 riforme, altro che immobilismo). Tutt’altro discorso è stravolgere il sistema parlamentare, mentre si ricentralizzano i poteri alle regioni e, strizzando un occhio ai populismi, si abolisce il CNEL. Si faccia una cosa alla volta, creando consenso ampio.

Strettamente connesso al precedente, quindi, non tocca al governo mettere le mani sulla Costituzione. La Costituzione è materia parlamentare. Punto, non è tema su cui stare tanto a discutere. È il parlamento a dover trovare accordi ampi su cambiamenti condivisi. Il che ci porta al punto seguente.

Non si cambia la Costituzione a colpi di maggioranza. Ci ha provato Berlusconi nel 2006 e ci ha provato Renzi nel 2016, e in entrambi casi la proposta è stata rispedita al mittente. Le tradizioni, in politica e nei sistemi complessi, contano, e la tradizione democratica italiana dice che la Costituzione va cambiata creando ampie maggioranze in Parlamento, a maggior ragione se si tratta di modifiche che pretendono cambiare aspetti fondanti del sistema istitutionale come il bicameralismo.

E, quindi, lezione più importante, non si usa la Costituzione come strumento di lotta politica. Il governo Renzi ha approvato molte e significative riforme, sulla scuola, sul lavoro, ad esempio. Tutte riforme che io contesto politicamente, non nella loro legittimità. Si può fare lotta politica su lavoro e scuola, non sulla Costituzione. Perché se spacchi il paese sulla scuola, stai discutendo di diverse opzioni, se lo spacchi sulla Costituzione, stai mettendo in crisi le regole del gioco democratico. Se la riforma fosse stata approvata, sarebbe stata percepita da metà del paese come una riforma politica: e regole del gioco percepite come di parte sono la migliore arma per chi vuole mettere sottosopra il sistema democratico.

Insomma, fare della Costituzione luogo di scontro politico è il modo migliore per rovinare carriere politiche e per dare forza e voce a populismi e nazionalismi. Se chiunque governi nei prossimi decenni farà tesoro di queste lezioni (che, attenzione, non sono le mie, ma quelle del 60% di Italiani che ha votato No), potremo parlare più e meglio di politica, quella vera.

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Surveillance and democratic debate

Letters to #Ammerica is a weekly letter “sent” from Europe to the US in the aftermaths of November 8, 2016. It’s a personal take, based on my research experience in the South of US and Southern Europe, on cities, their policies, politics and institutional systems. Because the making of (urban) America shapes the making of Europe and beyond; and we are all involved.

 

The last week, I have discussed the need to understand the ways recent policies about security are affecting the space for public participation in the city and affecting the capacity of politics to bring about democratic discussion. In this post, I will exemplify these trends, discussing one of the most omnipresent forms of such policies, the surveillance over, and beyond, the urban space. (This post is largely based on a section of Chapter 4 of my book Fear, Space and Urban Planning).

The most basic form of surveillance in the urban space, CCTV cameras, has nowadays become an “obvious” system used by “every self-respecting town”. In the US, the use of CCTV cameras is particularly advanced, and there is virtually no city (or town) without a system of sort. In some cases, like Memphis, CCTV cameras (equipped with automatic plate recognition software) are part of systems that use complex algorithms in order to allegedly anticipate where crimes may happen to prevent them (I will discuss Memphis’ BlueCRUSH in a future post). Urban CCTV systems were being developed since the 1980s, but it is in the wake of September 11, 2001, and in name of the “war on terror”, that they have exponentially grew.

Surveillance in Palermo

Surveillance in Palermo

Commonsense as it may sound, surveillance over the city is a deeply problematic problem, one that would deserve much political discussion. I will limit the discussion to two dimensions: first, the threats to democratic life that surveillance entail; and, second, the dimension of “simulation” of surveillance (and the problems which stem). Continua a leggere

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“Urban geopolitics” and the attack to democracy

Letters to #Ammerica is a weekly letter “sent” from Europe to the US in the aftermaths of November 8, 2016. It’s a personal take, based on my research experience in the South of US and Southern Europe, on cities, their policies, politics and institutional systems. Because the making of (urban) America shapes the making of Europe and beyond; and we are all involved.

 

What is “urban geopolitics”?

The concept of “urban geopolitics” is quite recent. At first impression, putting together “urban” and “geopolitics” may sound self-contradictory. So let me start by way of defining what “urban geopolitics” is (or, better, what I mean by it) and why it offers a privileged perspective to understand the contemporary juncture.

“Urban” is obviously about the “city” or, more precisely, about the spaces transformed by mankind for its own living (“urbanization”).

“Geopolitics” is “a method of studying foreign policy to understand, explain and predict international political behavior through geographical variables. These include area studies, climate, topography, demography, natural resources, and applied science of the region being evaluated” (Wikipedia). There is no space for the urban or for the local scale normally associated with the urban, in this definition.

The idea behind the use of “urban geopolitics” is exactly that, in the contemporary globalized world, the local and the global are more and more interconnected; and that many phenomena experienced at the urban scale are in fact part of wider global trends. It is not by chance that terrorist violence, at least in the Western countries, is primarily an urban phenomenon – its targets being systematically urban nodal places of labor and economics (e.g. the World Trade Center in New York), mobility (e.g. the Atocha station in Madrid) or leisure (e.g. the Bataclan in Paris). At the same time, the security response to terrorist risk is predominantly urban: think of the use of video-surveillance over urban space, the militarization of potential “target” areas such the ones surrounding the new World Trade Center in New York.

Militarized urban space in New York

Militarized urban space in New York

Urban geopolitics and post-democracy

What is the specific objective of authors such as Saskia Sassen, Ugo Rossi, Alberto Vanolo, or Stephen Graham when they use the concept of “urban geopolitics”? They want to convey the idea that there is a geopolitical dimension in many urban transformations of recent times; and that these transformations are reducing the space for democratic participation in cities all around the world. Continua a leggere

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Letters to #Ammerica. Introduction: November 8 and the urban geopolitics

Letters to #Ammerica is a weekly letter “sent” from Europe to the US in the aftermaths of November 8, 2016. It’s a personal take, based on my research experience in the South of US and Southern Europe, on cities, their policies, politics and institutional systems. Because the making of (urban) America shapes the making of Europe and beyond; and we are all involved.

1. I have been struggling for some time with my blog, namely since I’ve come back from the USA – I’ve been since January to August 2016 at the University of Memphis, funded under a Fulbright grant (US-Italy Commission), to research on public safety and crime prevention in Memphis. During my stay in the US, I’ve been writing regularly to share feelings, ideas, images and histories from “Ammerica” (many, in my homeregion, Sicily, called the US “Ammerica”, back in the day). Back to Lisbon, I’ve had hard times to find a new thread to update the blog, which I have been keeping for 4 years now, in Italian.

November 8, 2016, prompted me the urge to write here again, now in a different language, with a coherent political project. Continua a leggere

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Letters from #Ammerica: la chiamano democrazia

Un Palermitano in Ammerica, come migliaia di antenati, solo più privilegiato, senza passare da Ellis Island; un Siciliano al sud dell’Ammerica, dove Siciliani son passati in pochi; una lettera a settimana (o quasi), su questo blog, cartoline (quasi) quotidiane, sui social network (qui, il progetto e perché “Ammerica”).

Sono di quelli che si sono rifiutati di considerare “l’ignoranza” la vera causa della Brexit; e sono di quelli che si rifiutano di considerare “l’ignoranza” la vera causa della ascesa di Donald Trump. La Brexit e Trump sono semplicemente due risposte sbagliate al più grande problema della nostra epoca: l’assalto, finora vincente, alla democrazia liberale.

In breve, sappiamo ormai benissimo che gli ultimi quaranta anni hanno visto un incremento esponenziale delle diseguaglianze in tutto il mondo occidentale, di fatto cancellando un secolo e mezzo di progresso sociale e soprattutto il welfare costruito tra anni ’40 e ’70. E lo strumento per portare indietro le lancette dei diritti sociali è stato un attacco senza precedenti alle strutture democratiche: in nome del “consenso” e delle “riforme”, si sono create strutture di potere nelle quali era impossibile mettere in discussione i fondamenti del sistema: le “nuove sinistre” (quelle di Bill Clinton e Blair), insomma, sono divenute indistinguibili dalle destre per quel che riguarda le politiche economiche – limitandosi a distinguersi per l’approccio sui diritti civili. La emersione di movimenti e politici come Syriza, Podemos, Bernie Sanders, che finalmente mettono in discussione proprio i principi del sistema è, finalmente, la risposta a quaranta anni di “non-democrazia”, ovvero di una democrazia senza alternanza, almeno per quel che riguarda le politiche economiche.

Gli Stati Uniti sono il luogo dove queste dinamiche sono più potenti. Barack Obama ne è la candida prova, un presidente eletto mentre i Repubblicani piangevano l’arrivo del socialismo e che, invece, ha proseguito sulla scia del governo precedente, in alcuni campi, addirittura superando a destra George W Bush – il suo “Obamacare”, non solo non ha risolto il problema del diritto alla salute, ma ha prodotto enorme accumulazione per assicurazioni e salute privata.

Questa foto spiega molto semplicemente come siamo arrivati a questo punto:

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L’ho scattata pochi minuti fa di fronte ad un seggio elettorale qui a Memphis. Si tratta di candidati per svariate posizioni, da quelle federali (Senato e Congresso) a quelle statali (Senato e Congresso del Tennessee), più alcuni giudici. Cosa manca? I partiti. Mentre il partito democratico e quello repubblicano si fanno la guerra nei cosidetti “swing states”, quegli stati dove esiste alternanza, in luoghi come il Tennessee la distribuzione dei seggi è sostanzialmente immutabile. La maggioranza bianca, insieme al gerry-mandering, garantisce ai Repubblicani la maggioranza a livello statale, mentre in città la maggioranza democratica è controbilanciata solo dal disegno dei distretti che garantisce comunque una maggioranza di consiglieri bianchi.

In assenza di alcuna dialettica partitica, i candidati del partito che, inevitabilmente vincerà, in città o nello stato, finiscono per scontrarsi alle primarie o alle elezioni generali in assenza di un “programma politico”: generalmente ogni candidato ha un “tema” (l’economia e il crimine sono i più gettonati) e su quello fa campagna. La politica, come luogo di incontro di idee e visioni del mondo diverse sostanzialmente non esiste. E il risultato è che le politiche implementate da repubblicani e democratici sono sostanzialmente le stesse.

Il caso di Memphis è paradigmatico e, per un Europeo, inconcepibile. I democratici godono della maggioranza da decenni, e le politiche che si sono susseguite non si possono se non definire di destra: continui tagli alle politiche sociali; sconti fiscali alle multinazionali e grandi imprese che promettono di creare qualche posto di lavoro; altissime tasse sulla casa che pesano proporzionalmente di più su chi ha redditi bassi; tolleranza zero contro “il crimine” che, in realtà è la repressione di “problemi” come i senza tetto, le malattie mentali (metà degli incarcerati nello stato del Tennessee soffre di problemi psichici), la povertà.

Il risultato sono livelli di sfiducia nella politica senza precedenti. Alle ultime elezioni municipali hanno votato 100 mila persone sulle quasi 400 mila che hanno diritto, poco più di un quarto. Il sindaco è stato eletto con 42 mila voti, meno del 15% degli aventi diritto al voto.

In realtà la realtà è ancora più drammatica, perché gli aventi diritto non corrispondono al bacino elettorale. Esiste una lunga “tradizione” negli stati repubblicani di disegnare leggi per escludere dal voto larghe fette della popolazione, principalmente poveri e neri che tendono a votare per i democratici. Per esempio, si escludono dalle liste elettorali persone condannate per reati minori; o si cancella dalle liste chi non ha votato recentemente (???); oppure si obbligano gli elettori a possedere documenti che non tutti riescono ad ottenere – si, in certe zone degli Stati Uniti e per certe popolazioni è quasi impossibile ottenere un certificato di nascita o una carta di identità. Nel 2012 la contea di Shelby, quella di Memphis, ha tagliato le sue liste elettorali di un terzo, circa 180 mila persone. Considerato che due terzi degli abitanti di Shelby vivono a Memphis, si tratta di altre 120 mila persone in età elettorale: e il sindaco di Memphis è stato eletto, quindi, da qualcosa come l’8% della popolazione.

Non può stupire, quindi, che la politica locale faccia tutto meno che occuparsi degli interessi della popolazione che, questi numeri dimostrano, non rappresenta. Ho seguito alcune sessioni del consiglio comunale: non ho assistito ad un solo voto che non fosse all’unanimità, ad esempio, e questo mostra chiaramente come non esista una rappresentanza degli interessi contrastanti di gruppi e zone differenti.

Immaginate questo sistema moltiplicato fino ad arrivare alle elezioni per il Presidente degli Stati Uniti: e vi renderete conto di come abbia gioco facile un populista come Trump ad attaccare quell’establishment di cui fa parte; o di come un politico senza scrupoli e guerrafondaio come la Clinton possa proporsi come “progressista”. Entrambi sanno benissimo di non dovere vincere il voto popolare, per essere eletti, ma di dover portare al voto una minoranza di persone in pochi stati chiave – negli altri, ci pensano i sistemi locali a garantirgli la vittoria.

E la chiamano “democrazia”.

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Brexit, geografia del voto e classe

Questa mappa è probabilmente la più visualizzata nel mondo, in questi giorni.

Dice una cosa molto semplice: il Regno Unito si è spaccato nel referendum su permanenza o abbandono dell’Europa. Scozia e Irlanda del Nord han votato per rimanere, Inghilterra e Galles per uscire.

Sulla base dello stesso sondaggio (di YouGov) che dava il Remain vincente (52 a 48), molti han puntato il dito su adulti e “anziani” che, secondo quel sondaggio, avrebbero votato per Leave, contro i giovani che han votato Remain. Peccato che quel sondaggio, che ha dimostrato di essere sbagliato (il risultato è stato esattamente opposto, 48 a 52), non aveva considerato l’affluenza. La gran parte dei giovani, si è poi scoperto, è rimasta a casa – in parte anche per problemi di registrazione al voto, sembra.

E allora, proviamo a guardare qualche altro dato, focalizzando sull’Inghilterra, che ha decisivamente votato per il Leave. Continua a leggere

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Letters from #Ammerica. Moscow, Tennessee

Un Palermitano in Ammerica, come migliaia di antenati, solo più privilegiato, senza passare da Ellis Island; un Siciliano al sud dell’Ammerica, dove Siciliani son passati in pochi; una lettera a settimana, su questo blog, cartoline (quasi) quotidiane, sui social network (qui, il progetto e perché “Ammerica”).

Se dal centro di Memphis si imbocca la Poplar avenue, principale asse di collegamento est-ovest, in direzione est, si attraversano i suburbi di Germantown e Collierville e, dopo una trentina di miglia, si giunge alla fine dell’area urbanizzata. Se si prosegue per un’altra decina di miglia verso est, sulla Highway 57, si arriva a Moscow, cittadina rurale nel cuore dalla contea di Fayette.

A Moscow vivono poco più di 400 anime, sparpagliate nei tre chilometri quadrati di superficie della città. Moscow ha anche un “centro”, dove si trovano la torre dell’acqua, la city hall e le immancabili chiese. Lungo la highway, un cartello indica di svoltare per il “business district”: a fianco della ferrovia, uno slargo, una strada e un accrocchio di una decina di edifici, la banca, l’ufficio delle poste, il bar, la sala da biliardo, una impresa di lavorazione della carne di cervo, la drogheria.

Se non fosse per l’asfalto per terra e le rare auto che passano, si direbbe di essere in un’altra era, poche miglia a est dalla città. Continua a leggere

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