I centri commerciali e il collasso di Palermo

 

Sto lavorando, insieme a Marco Picone, ad un articolo sulla trasformazione del tessuto commerciale a Palermo e Lisbona negli ultimi 20 anni. A Palermo è particolarmente interessante notare come la trasformazione in favore dei centri commerciali sia avvenuta durante il periodo della crisi economica. Alcuni dati aiutano a comprendere l’effetto combinato dei centri commerciali e della crisi sul tessuto economico locale.

Si tratta di dati raccolti dal LSE European Metromonitor e relativi a due variabili principali, il valore aggiunto lordo (GVA, Gross Value Added), misura della quantità di beni e servizi prodotti in una determinata area, e l’occupazione.

Il trend metropolitano del GVA racconta dello scoppio della crisi nel 2008, con una diminuzione, al 2014, del 6,75%. Il settore del commercio al dettaglio e all’ingrosso, invece, è diminuito del 25% nello stesso periodo, portandosi, nel 2014, ad un valore totale che corrisponde a circa l’80% del 1995 (il valore base usato nei dati della immagine in basso). L’unico anno in cui è cresciuto il GVA commerciale è il 2010 e si possono ipotizzare almeno due ragioni: da una parte il 2010 è stato l’anno della fine della crisi globale, prima dello scoppio di quella europea nel 2011; dall’altra, l’apertura dei primi tre centri commerciali (Forum, La Torre, Podeidon) può avere stimolato gli acquisti.

Eppure, nel medio termine, l’apertura dei centri commerciali (4 con l’apertura del Conca D’Oro nel 2012) non ha assolutamente portato ad una crescita del settore commerciale, anzi ne ha accompagnato il crollo e, quindi, ha accelerato il collasso del commercio tradizionale: se il valore aggiunto totale diminuisce del 25% e una sua parte si concentra nei centri commerciali, la diminuizione per tutti gli altri è ben superiore al 25% (non è inutile ricordare che un centro commerciale ha una scala maggiore a vie commerciali come via Ruggero Settimo o via Roma).

Similmente, l’occupazione diminuisce dell’8% in totale e del 14% nel settore del commercio. Anche in questo campo, l’avvento dei centri commerciali si accompagna ad un trend peggiore del settore in confronto alla media degli altri settori.

Nel 2008, quando l’era dei centri commerciali si avvicinava, non era raro leggere commenti simili:

finalmente la grande distribuzione (GDO) sembra aver scoperto Palermo, mettendosi in lista di attesa per aprire nuovi centri commerciali. […] Le grandi firme fanno la fila per aprire un proprio centro in città. Speriamo che tutto questo faccia da volano all’economia della nostra città migliorandone le condizioni economiche e supportando la crescita del PIL (Mobilita Palermo, post del 4 aprile 2008).

Insomma, nonostante i facili entusiasmi, è evidente, 8 anni dopo l’inizio della crisi e 6 anni dopo l’apertura del Forum, primo centro commerciale in città, che l’era dello shopping stia facendo, si da volano, ma al collasso dell’economia cittadina.

Qualcosa, d’altronde, del tutto ovvia quando si trasforma un sistema economico in favore del dominio di investitori esterni. Perché questi prelevano il profitto (a differenza dei commercianti locali che lo mantengono sul territorio) e lasciano sul territorio locale posti di lavoro generalmente peggio pagati e più precari di quelli nel commercio tradizionale. La maggiore efficienza delle grandi superfici, in aggiunta, si traduce in una DIMINUZIONE totale dei posti di lavoro (una ricerca a Madrid ha dimostrato che ai 5 anni, per ogni posto di lavoro creato da un centro commerciale se ne perdono 2,5 nei dintorni).

Con buona pace degli entusiasti della “modernità” del centro commerciale.

Figure 5

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Informazioni su Simone Tulumello

Post-doc researcher in Planning and Geography at ULisboa, Institute of Social Sciences. Keen in cities, politics, photography and electronic music. Lover of cities, especially Palermo and Lisbon, in a complicated relationship with Memphis TN.
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2 risposte a I centri commerciali e il collasso di Palermo

  1. giovanni lullo ha detto:

    è anche vero che:
    1) gli acquirenti, in un centro commerciale, risparmiano tempo, spesso soldi e riducono lo stress dovuto a traffico e parcheggio
    2)spesso i centri commerciali funzionano da punto di ritrovo
    3)sono l’evoluzione naturale della vendita al dettaglio
    4) generano posti di lavoro grazie all’indotto (logistica, servizi, distribuzione, etc…)

    Non credo che un ritorno alle “putie” palermitane sia la soluzione per una città di quasi 1 milione di abitanti.
    La diversità, la qualità nei servizi, l’onestà e la professionalità lo sono, tutte qualità che nel mondo palermitano sono praticamente sconosciute…

    • Simone Tulumello ha detto:

      grazie del commento Giovanni, il post voleva sottolineare la questione economica, smentendo il luogo comune che i centri commerciali siano utili allo sviluppo di un territorio. D’altronde, lo studio che riferivo fatto a Madrid considera tutti i lavori, sia diretti che indotti, in comparazione tra centri commerciali e commercio tradizionale (che ha indotto a sua volta). E’ un fatto, insomma, che l’avvento dei centri commerciali si accompagni con una diminuzione dell’occupazione.
      Ma tu sollevi la questione sociale, con 3 argomenti che meritano un commento.
      1) Sicuramente i centri commerciali, accorpando tanti negozi in una sola area, riducono gli spostamenti (e quindi stress e traffico) rispetto ad un sistema disperso. Ma certamente non rispetto al sistema tradizionale dei negozi di quartiere, sistema nel quale non esiste traffico e stress, perché gli acquisti si fanno a piedi in un raggio di poche centinaia di metri da casa. Esistono parecchi studi sul fatto che i centri commerciali siano una delle principali ragioni dell’esistenza del traffico, non una loro soluzione.
      2) I centri commerciali funzionano da punti di ritrovo sicuramente in città come quelle statunitensi, caratterizzate dalla assenza di spazi pubblici (e non è un caso se sono nati nei suburbi americani negli anni ’60). Ma nelle città europee, caratterizzate da straordinari spazi pubblici, i centri commerciali tendono, invece, a sostituirsi a questi. Soprattutto, non sono spazi pubblici a tutti gli effetti: non è possibile fare attivismo politico o sociale nei centri commerciali e non tutti sono benvenuti. Esiste una letteratura sterminata (autori come Mike Davis, Giandomenico Amendola, Michael Sorkin) sulla maniera in cui il successo dei centri commerciali è stata una delle cause della crisi dello spazio pubblico nelle città americane e dopo europee.
      3) Che siano una “evoluzione”, è possibile. Dipende da cosa intendiamo per evoluzione. Sicuramente sono economicamente più efficienti (proprio perché estraggono più profitto e riducono l’occupazione e quindi i costi) ma, in cambio, peggiorano l’economia locale e, come ho provato ad argomentare, la qualità dello spazio urbano. Tra l’altro, negli Stati Uniti sono ormai in crisi in consequenza dell’affermarsi dell’e-commerce e del ritorno alla città (gli americani sembrano essersi stancati di passare la vita in automobile). Io credo che, nel complesso, i centri commerciali producano una involuzione urbana, tutta a favore di pochi investitori che ne estraggono tutto il profitto.
      In conclusione, sono assolutamente convinto, invece, che sia possibile, soprattutto in una città densa come Palermo, ritornare (nel lungo termine) a far fiorire il mercato di strada, cosa che avrebbe benefici sociali ed economici (ad esempio, anche di sicurezza, la presenza di attività commerciali è il miglior antidoto alla piccola criminalità). E’ una questione di scelte sociali (dei consumatori) e politiche (a Palermo, i centri commerciali sono quasi tutti stati realizzati in spregio della regolamentazione urbanistica).

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